mercoledì 30 novembre 2011

17 ago, '10, 11:56 p.
Park seong guk


Cosa volevo dire ieri
IERI
avevo paura ad addormentarmi davvero io non riuscivo a dormire, pero c'e stato un pensiero che concentrandomi mi ha fatto distrarre dalla paura, una paura che era fondata sui miei sogni e sui miei pensieri.
questi pensieri ad un tratto si sono incatenati, allacciati e io ho sentito che dovevo fare qualcosa, se davvero avevo questa paura che non mi faceva dormire.
c'era un cane che abbaiava, e dopo una notte non aveva ancora smesso. non so a chi abbaiava, non c'era nessuno, le strade deserte e c'era il mare ma inaccessibile. ma quel cane continuava ad abbaiare, forse agli insetti che continuamente strillavano dalle loro tane - state attenti ai piedi agli insetti che ci camminano in mezzo - e avevo paura anche solamente a stare nel letto al buio. paura ad alzarmi per andare al cesso, eppure un cesso c'era - pensavo in quel momento - ma probabilmente proprio il fatto che c'era rendeva la paura piu concreta - paura che qualcuno entri in casa, ma chi avrebbe potuto in quel posto e a quell'ora, solo quel cane o qualche insetto, ma in quel momento anche gli insetti diventavano mostri, e nel buio, con il vento e i rumori tutto si amplificava nel silenzio, insieme alla voglia che avevo di dormire. poi anche lui si e messo a russare, e a quel punto non c'era piu niente da fare. la composizione della stanza era strana. la stanza era in una villetta abbastanza alta ma stretta, in mezzo al nulla, e uno spazio della stanza era ricavato da 6 pareti costruito a forma di pentagono. il letto era appoggiato alla parete in fondo, e le altre quattro o cinque pareti avevano tutte delle finestre. sui muri c'era della carta da parati con fiori diversi stampatici sopra, con colori diversi, e uno specchio davanti al letto, e cinque finestre rivolte verso il letto. solo il rumore degli insetti e il cane che abbaiava e nient'altro.
mi chiedevo come potesse venire in mente ad una persona di salvarne un'altra. intendo proprio di sentirsi spinto a salvare qualcuno, uscire, senza sapere dove andare ma andare a cercare quella persona. e avrei voluto poterlo fare. per qualche ragione non l'ho fatto, forse per il fatto che non volevo uscire per andare a cercare i morti in un posto che non sapevo nemmeno qual era.

ma dovevo cercare anche solo con il pensiero per riuscire a dormire. un po' come contare le pecore. un po' come passare il tempo per farmi venire sonno. tutto nacque da quando su un aereo ho letto di una leggenda di un pescatore che viene invaso dal pensiero di dover salvare una donna. quindi parte per cercarla, ma alla fine trova solamente un ritratto della donna, e non la donna in carne e ossa.
questo e solo un piccolo pezzo della leggenda ma mi ha colpito e una delle cose piu romantiche che io abbia mai letto in vita.
dopo averla letta ci ho sempre pensato. continuo a chiedermi come si possa sentire una persona in un momento del genere, come possa sentirsi qualcuno quando viene invaso dal pensiero di salvare qualcun'altro. e quando ne e talmente convinto che alla fine non trova quel qualcuno, ma trova una sua immagine.
in un momento del genere non importa e non conta dove si va. puo essere dappertutto quello che cerchi, infatti bisogna seguire il proprio istinto e il proprio pensiero. quell'immagine che si trova forse e la ricevuta di quanta sicurezza ci metti nel fare le cose e nel perseguirle. ma e anche una questione di fede, perche non sempre la forza e la sicurezza dei propri pensieri portano necessariamente ad un risultato specifico. le situazioni non sono mai statiche, sono anzi tutto il contrario. possono rivelarsi molto contrarie alle aspettative, soprattutto se non si vuole intervenire, se non si vuole prevalere se non ci si vuole appropriare delle situazioni. ma comunque anche quando si vuole intervenire le situazioni cambiano.
penso che cercare qualcuno e trovarne il ritratto sia una delle cose piu commoventi di tutte. forse ci si sente come quando non si riesce a ricordare una parola e ad un tratto la si ricorda. oppure al contrario perche e un'immagine completamente estranea che guardandola fa luce su tante cose che prima stavano nel buio del pensiero.

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tuttoquadra
12 ago, '10, 11:45 p.
Prima di partire per un lungo viaggio
ci sono sempre tante cose da rivedere, da pianificare, da immaginare...
andando verso qualcuno immagini, attraverso l'immaginazione pensi a tutto quello che può capitare

immagino che andrà male. se andrà male rinuncerò, lascerò perdere, me ne andrò, il dolore sarebbe troppo grande per restare. me ne andrò perchè questo è quello che vorrà.
se ci è stato un ripensamento, un'illuminazione a partire da qualcosa, dal ritorno, dalla solitudine, allora preferisco che sia successo adesso ma farò di tutto purchè venga fuori, che sia detto.
non posso aspettare.
quelli che mi assalgono sono pensieri negativi, bui, fatti di silenzi, ma non di incomprensioni...

quello che ho fatto l'ho sempre fatto per un solo motivo. per farlo. non ci sono mai stati piani dietro, perciò il fatto che mi si accetti determina anche stare bene o stare male con me. se io lottassi per ottenere qualcosa, lottassi con le azioni, questo non farebbe altro che portare un'instabilità generale prima di tutto in me stessa. le cose avvengono, si generano, ma non si conquistano né si ottengono. qualcosa che sia conquistato o ottenuto contiene in sé qualche tipo di fraintendimento, qualche inspiegabile colpevolezza di fondo che non permette sincerità o onestà.

il fatto è che mi dai forza.

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tuttoquadra
8 ago, '10, 2:36 m.
A volte quello che mi viene da pensare è che non ci sono parole per esprimere un sentimento che va al di là delle cose materiali. perchè per quanto mi riguarda le cose materiali sono accessori, sono tutto quello che dà gioia e frustrazione allo stesso tempo. ci sono entità che vanno ben oltre tutto questo. dove il silenzio non è silenzio e le parole non sono parole. e ci si può perdere in un'entità del genere. non è decidere di rinunciare, ma decidere di abbandonarsi di lasciarsi andare e vedere cosa succede e vedere cosa ci si ritrova a fare. non è mostrare, apparire, l'apparire è solo superfluo. io ringrazio il destino per avermi permesso di incontrare una entità così bella sul pianeta, per avermi permesso di assaggiare qualcosa che vale la pena di essere assaggiato. non divorato, non buttato via. ma solo scoperto, ogni volta. è una cosa bellissima e quel che c'è di meglio è che in tutto questo è in gioco tutto il pensabile  Leggi tutto…
tuttoquadra
6 ago, '10, 7:40 p.
“ Egli non agisce mai per motivi egoistici ma solo per obbedire all'imperativo della coscienza morale. Ma l'azione imposta dalla coscienza e concepita dallo spirito è compiuta dal corpo; il corpo è spesso debole e incapace di attuare perfettamente l'azione concepita a cagione dell'istinto di autoconservazione che tende a determinare la nostra azione in un senso egoistico. Perciò bisogna agire secondo che la nostra coscienza ci impone, ma nello stesso tempo bisogna straniare, dissociare se stessi dal frutto, dal risultato dell'azione. Perchè il risultato dell'azione non può mai corrispondere perfettamente all'esigenza della coscienza morale a cagione di quell'impulso egoistico che essa riceve, talora impercettibilmente, nel suo attuarsi. Se noi agendo ci interessiamo al frutto dell'azione, avviene che quell'istinto egoistico che è in noi tende a influire anche sullo spirito, sulla coscienza, nel senso di fare coincidere con le esigenze dell'io empirico le esigenze della coscienza morale; e allora noi finiamo per non sentire, per non distinguere più la voce del dovere; la vita morale viene soffocata. Se invece si riesce a dissociare lo spirito dal frutto delle azioni si conquista la libertà nell'agire; libertà non intesa come una libertà d'indifferenza, ma come partecipazione alla perfezione divina, che si rivela a noi attraverso l'imperativo della coscienza morale: agiamo liberamente in quanto compiamo l'azione che dobbiamo compiere e nessuna influenza esteriore può più distoglierci dal compiere una tale azione. Nello stesso tempo lo spirito, indifferente al risultato dell'azione, non più trattenuto dall'egoismo tende a superare l'io e a dissolvere nell'universale tutto ciò che è individuale; questo anelito oltre la cerchia degli interessi dell'io, questo tendere a diventare una cosa con l'attività infinita è l'ahimsa, è l'amore. “  Leggi tutto…
tuttoquadra
29 lug, '10, 7:48 p.
Mi hanno rubato la bicicletta. Cosa devo pensare?
non sono nemmeno riuscita ad affezionarmici, dato che l'avevo comprata praticamente da meno di due mesi. penso che non è giusto. è maledettamente ingiusto che non si possa lasciare la bicicletta fuori casa se non con il timore che qualcuno l'abbia già adocchiata o che comunque si metta a forzare il lucchetto per portarsela via per i suoi sporchi traffici. è una cosa che proprio non riesco a tollerare.
non mi piace avere pregiudizi. non mi piace pensare che se parcheggio la mia bicicletta davanti a casa me la fottono di sicuro. non mi piace pensarlo. eppure ho capito che questo non è un pregiudizio, bensì un dato di fatto. è così, funziona così, e tu ti attacchi al....
e poi, vai a dare un'occhiata, e magicamente la tua bicicletta non esiste più! come se non fosse mai esistita, lo spazio libero, pubblico dove l'avevi parcheggiata è vuoto, non c'è un segno, nemmeno un biglietto con i ringraziamenti.... niente di tutto ciò. la tua bicicletta non è MAI esistita per te.
forse te l'eri sognata, te li eri sognati tutti quei pochi giorni durante i quali passavi le tue misere estati in città a scorazzare con la bicicletta che ti eri comprata con i tuoi soldi, guadagnati, in un modo o nell'altro, tuoi....
non era solo bello: era anche stancante, faticoso, andare controvento poi era snervante, salire sui marciapiedi, dare fastidio a tutti i pedoni che nel giusto camminavano sul marciapiede, ma tu non potevi, con la tua bicicletta, andare in strada, perchè c'è il grosso rischio, in certi punti della città, di fare seri incidenti, perchè molte macchine parcheggiano tra il marciapiede e la strada, così lo spazio stradale si riduce in modo che solo una macchina può passare, e se anche ti volessi mettere proprio a lato, non ci staresti comunque, e allora ti tocca andare sul marciapiede a rompere i coglioni ai pedoni, perchè anche i marciapiedi sono stretti, e allora devi andare controsenso, fare slalom tra passeggini e ventiquattr'ore, uomini in giacca e cravatta, donne, uomini incazzati, uomini distratti, nonni e nonne che non sentono quando dici "Permesso" perchè non hai il campanello....

però con la bicicletta si va veloce, si raggiunge tutto in poco tempo, e ci si diverte, si è attivamente partecipi della guida, perchè nasce dall'energia che uno ci mette, dai riflessi, ci si mette la musica e si va, si può cambiare strada, fare le rotonde contromano, e chisseneimporta... il fatto è che proprio non capisco perchè qualcuno mi deve rompere i coglioni rubandomi la bicicletta. è una violazione di proprietà. in più palese, perchè la mia bicicletta la lego, legandola sto comunicando a chiunque passi e la veda che quella bicicletta è chiusa al pubblico. lasciarla slegata mi rendo conto che è un gesto molto azzardato, ma davvero usare un paio d'ore della propria esistenza per smanettare con seghetti e non so cosa cercando di spaccare il lucchetto è veramente una vergogna.

e forse il tizio che me l'ha rubata l'ho pure visto, dalla finestra della casa. stavo fumandomi una sigaretta, e vedo sto tipo appostato all'angolo della strada che si guarda intorno con fare sospetto...alle 11 di sera tipo. Penso, vuoi vedere che adesso mi stan fregando la bici?! ma noo, speriamo di no, dai....
detto, fatto. la mattina dopo, dopo una bella dormita, vado a dare una controllata: non c'è più niente! né la mia né un'altra parcheggiata a fianco, pulito, senza una traccia, né di manubrio né niente! bene.
molto bene.
ora capisco molte cose: capisco perchè la differenza fra crimine e potere è molto sottile, per esempio. questo perchè c'è una gerarchia di forze nella società. i ricchi ricchi prima di tutto hanno la macchina, e se vogliono essere un po' alternativo-biologici si fanno una biciclettata la domenica.... ma poi, finita la corsa, la loro bicicletta se la portano in casa, al sicuro. tutto il resto delle persone, quelle che non dettano niente, ma si limitano a vivere la propria vita, gli va inconsapevolmente dietro: tutte le bici vanno messe in casa, lasciarle fuori è pericoloso. questo istiga i ladri a rubare in giro, forse perchè pensano che le biciclette che ci sono in strada non abbiano valore, o se ce l'hanno tanto meglio.... io dico, ma non ci può essere un po' più di ordine, di civiltà!
pure i bastardi condomini che se non hai un cazzo di posto bicicletta pagato non ti lasciano parcheggiare... ma io mi chiedo se questa è vita! è un cazzo di problema dopo l'altro, dovunque vai c'è un problema....

la conclusione a cui sono giunta è. non ci voglio pensare, ogni volta che ci penso mi rovino sempre di più il pensiero. se accetto quello che mi è successo odierò. se non lo accetto odierò lo stesso. vorrei accettarlo. vorrei incontrare il ladro. vorrei picchiarlo. farmi ridare la bicicletta. prendere un caffè, parlare. odiare quello che dice. fargli capire la posizione di un proprietario di bicicletta. farlo piangere, farlo sentire una merda. ridargli la cazzutissima bicicletta che a quel punto rappresenterebbe un trauma insuperabile per me, sia in se stessa che nella modalità e luogo di parcheggio. ributtargliela addosso, proprio scaraventadogliela contro, e urlargli, "adesso sei contento di avere la tua merda di bicicletta, stronzo! tienitela, vaffanculo, è tua per sempre". andarmene e piangere da sola. rimpiangere il momento in cui gliel'ho ridata. odiarlo.

è veramente difficile accettare. accettare il furto con scasso della mia bicicletta. non mi ci ero nemmeno affezionata dal poco che ce l'avevo. cominciavamo adesso a capirci, a conoscerci, e quello stronzo l'avrà rivenduta a qualcun'altro. CHIUNQUE veda una bicicletta con scritta "GALAXY" sul telaio, nera, grigia e rossa, con marce e ruote abbastanza spesse, me lo faccia sapere. non era nemmeno sta gran bicicletta. era una bicicletta come tante. nuova, unisex. mi manca. vorrei andare in bicicletta adesso. non posso. per favore, qualcuno la ritrovi. io sto a milano, dove vado a cercarla a milano? non ho soldi per ricomprarne un'altra. che ingiustizia maledetta.   Leggi tutto…
tuttoquadra
24 lug, '10, 3:38 m.
no
non voglio avere pensieri rancorosi che mi masturbino il cervello.
quello che vorrei sarebbe una risposta. una risposta sentita, pensata.
il problema si presenta quando non c'è fiducia. se non c'è fiducia fra due persone non c'è un bel niente, ci sono solo alti e bassi.
quando c'è fiducia invece non ci si aspetta nulla, non si prova nè gioia nè rancore, ci si limita a svolgere la propria vita senza brusche interferenze. questo è proprio quello che intendo.
certo, anche gli istinti rancorosi insegnano molto. per esempio insegnano che si sta commettendo uno sbaglio quando si vuole rimproverare certi comportamenti indifferenti di qualcuno a cui tieni particolarmente.

questo può significare varie cose: non ti sei accorto al momento giusto, non ci hai messo abbastanza impegno.
non hai avuto la possibilità di esprimerti perchè sei codardo e ti sei lasciato sottomettere dalle situazioni, cioè ti sei lasciato scivolare negli eventi e non hai apportato nessun tipo di modifica.
adesso te lo tieni. che ne valga o no la pena. questo è ciò che hai. niente di più, niente di meno.
non ho mai avuto così bisogno di concretezza come ne ho adesso. se non riesco a parlare  Leggi tutto…
tuttoquadra
23 lug, '10, 7:44 p.
La tua dimensione estetico-espressivo-comunicativo-simbolica fa di me una persona pervasa dal suo aspetto contemplativo-riflessivo in tutto e per tutto felice che sia così. un po' di malinconia interferisce a intermittenza nelle pulsioni per questioni di metabolismo o chissà. sta di fatto che io stessa non avevo mai incontrato qualcuno come te. cioè qualcuno che sapesse affascinarmi, interessarmi come solo tu sei capace. che me ne desse l'occasione nel modo che solo tu sai.


ma i fatti?
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tuttoquadra
20 lug, '10, 3:45 m.
Ho caldo. mi piacerebbe poter condurre la mia vita. ci sono svariate cose che non me lo consentono. gli interessi, gli impegni, il lavoro, il traffico, i vizi.... mi piacciono gli incontri casuali, improvvisi, imprevisti. non ho presente e non ho passato, ho un sacco di problemi e per questo non merito niente....Quello che vorrei non si realizza perchè non è concreto, non è pratico, non è pensato nè ragionato. sono impaziente e non so aspettare. questo fa di me una persona rarefatta. ho bisogno di motivi ogni giorno per andare avanti, e nella maggior parte dei casi ho bisogno di movimento. un giorno ti svegli ma non sai bene dove sei, né se il posto in cui sei ti piace veramente. e sono solo poche le occasioni che ti permettono di sapere cosa vuoi davvero. sono pochissime, si presentano in pochi millesimi di attimi e scompaiono l'attimo dopo. viversi il presente ha i suoi aspetti negativi, credo. non è semplice. è difficile e complicato. non ho fatto niente nella mia vita, non mi sono nemmeno mai vestita bene. ho vissuto in un limbo fatto di sogni e pensieri e aspettative, adesso vivo quello che incontro e non è per niente facile. non vengo capita. ma non me ne lamento, perchè non mi so spiegare. sono fatti miei. e tocca solo a me trovare le parole giuste per spiegarmi.
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tuttoquadra
18 lug, '10, 7:30 p.
Le droghe sono come i medicinali perchè ci sono dei momenti giusti e dei momenti sbagliati di assunzione, combinati fra di loro, che danno effetti benifici o malefici sull'organismo.
comunque è anche una questione di deferenza e contegno, se non ci metti impegno e gravità.... GRAVITÀ? si, sai la gravità? quella cosa che ti tiene a terra.... fly down...w2w2w2w2w2w2w2w
macchè.

"Oggigiorno non abbiamo nemmeno il tempo di respirare" - , respirare aria. ti sto dicendo che ci affanniamo in pensieri che ce ne fanno dimenticare qualche volta. Certo, bisogna anche seguire i propri pensieri, il proprio sentiero, liberamente... "Eppure, oggigiorno ci insegnano che è giusto essere costanti nel proprio lavoro...". LA DIALETTICA! delle suore forse... i need you I need you I need you
Pensiero e commento, analisi e cambiamento, giudizio e ipocrisi
ci rivelano al pensiero, al commento all'analisi e al cambiamento.  Leggi tutto…
tuttoquadra
17 lug, '10, 6:12 m.
continuo a pensare a te, continuo a preoccuparmi per te. chissà cosa pensi tu.
diciamo che io non voglio crearti problemi. questa è più o meno la mia idea generale.
no, non penso di creartene. ora, io penso che non voglio crearti problemi. perchè? perchè penso questo?
perchè? me lo sai dire tu?
io penso che lo penso perchè non voglio che accada qualcosa di brutto che rovini il nostro rapporto.
questa è l'idea sulla quale mi baso. già il fatto che mi basi su un'idea non mi va molto a genio, comunque. comunque c'è qualcosa, qualcosa che mi fa pensare che a te ci tengo molto, moltissimo.
non voglio lasciarti da solo a pensare ai fatti tuoi. mi fa piacere starti addosso. è molto difficile stare addosso a qualcuno quando non si ha intenzione di essere appiccicosi.
vorrei darti un'immagine quantomeno simile a quello che sono. non voglio storpiare questa immagine.
stasera l'ho fatto. ho storpiato la mia immagine per qualcosa che non aveva importanza. ma non ha importanza.
COSA?? no, due negazioni affermano. quello che ho detto non è vero in sé, è solo un'operazione che sto facendo sulla realtà. per me ha importanza quello che ho fatto, quindi devo decidere una delle due. se l'ho fatto, è perchè ci tenevo, se l'ho fatto, è perchè ho tentato di ottenere qualcosa. preferisco pensare che se l'ho fatto è perchè lo pensavo davvero. e lo pensavo. perchè non voglio che quello che ho fatto abbia delle conseguenze negative, preferisco pensare che quello che ho fatto migliori la situazione, in un modo ancora più profondo di quanto non sia già adesso.
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tuttoquadra
13 lug, '10, 9:02 p.
Chiariscimi le idee, dammi qualche segno.
non compatirmi, agisci. parlami, dichiara il vero il falso nega l'evidenza ammonisci
non parlare, stai zitto, te-so stop basta piantala
perchè non vuoi perchè non fai
amore dimmi perchè non mi vedi

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tuttoquadra
13 lug, '10, 9:00 p.
Cosa posso dire di te....perchè non posso dire niente di te? perchè ogni cosa che dico è vana, si svuota del suo significato complessivo? ti posso immaginare, immaginarti su una cliff, una scogliera a strapiombo sull'oceano, con molto vento che ti soffia contro, contro spingendoti ancora più nell'entroterra, potrei immaginarmi la tua risata o il sorriso che fai ma solo poche volte, non sempre,
oppure ti posso immaginare in piedi, fermo in piedi, che fumi, fai i tiri dalla sigaretta.
ti penso come quando cerchi di spiegarmi qualcosa, cercando sempre l'inizio, da che punto partire per spiegarla e per farti capire.

questo no. questo non va bene. questo è tutto fuorchè amore. amore
ma...  Leggi tutto…
tuttoquadra
9 lug, '10, 3:06 m.
Ascoltare troppe volte certa musica crea conseguenze non indifferenti. ascoltare ad esempio una musica malinconica, fatta di uuuuh - uh femminili molto sensuali e nostalgici, molto sexy e teneri....
la mia vita in un baleno, così, davanti agli occhi, in tutti gli oggetti, nei posti, in quello che sto vivendo...mi si rivela, eppure, in questo momento sento tutto quello che sentivo in quei momenti, e mi spaventa.
mi spaventa perchè non ho fede, non ho fiducia nelle cose. non ho cura delle cose. non ho un principio che mi guida, un guru, una religione, ho solo istinto che su larga scala si rivela contraddittorio, incapace di rivelare una sicurezza in ciò che davvero faccio. Questa c'è solo nei gesti che mi viene da compiere, ma non c'è una giustificazione che mi permetta di farli in "buona fede"; c'è solo istinto, fiuto, che mi porta a sentirmi in un modo o in un altro.
non so davvero cosa significa avere fiducia in se stessi. tutto un mondo davanti, ed è quello che conta... ma poi? nel presentarsi al mondo non ci si può solo prostrare ai suoi piedi, bisogna dare contributi. e io non ne do. non li so dare. mi sento inferiore, ma non è davvero questo il problema. il problema è sempre dopo.
dopo significa sconosciuto. sconosciuto significa percettibilmente inafferrabile. insicuro. si cerca di decidere eppure si sa che quella decisione non è affatto definitiva, ma nemmeno l'opposto. è entrambe le cose. mi chiedo come tutto questo si possa esprimere in parole che non risultino pallose.
il silenzio è una buona forma di espressione. ma silenzio significa tutto e non significa niente. e le persone, in generale, vogliono sapere solo determinate cose, quelle a cui stanno pensando. del resto nessuno si accorge. io dico, chiedo, cosa può significare in un contesto del genere il verbo "spiegare"? si può spiegare tutto, ma c'è qualcosa che è proprio al di sotto di quella spiegazione, che è il fondamento di quella spiegazione, che è l'origine delle cose, ciò da cui tutto trae origine dentro qualcuno. in me questo ciò non è chiaro, non lo è in molti, e questo è certo, ma se almeno fosse esprimibile.... perchè mi sento frustrata, ingabbiata, impotente, caratterialmente vuota, un disastro. non mi piace definirmi come una persona timorosa e quindi pianificatrice, ma credo di esserlo per certi versi. questo fa sì che io mi perda tutto il bello delle cose. Questo succede perchè non riesco proprio a distogliere l'attenzione dalla successione e dalla contemporanea presenza degli eventi, e da tutti i pensieri che questo comporta, e da tutti i silenzi che ne seguono, e da tutti gli imbarazzi.

nessuno se ne accorge. credo che nessuno se ne accorga se non attraverso il giudizio, il parere, l'opinione. non sono capace a dare opinioni su quello che mi circonda. non guardo le persone in modo critico, le ascolto perchè mi piace ascoltare quello che dicono. I pareri in fondo occupano un sacco di spazio tempo, ma alla fin fine non ci cavi molto. soprattutto quando non c'è scontro ma solo conciliazione, o meglio quando si cerca la conciliazione, la pacificazione.
perchè si è già in problema con se stessi, perchè rendere problematico anche il rapporto con i pensieri altrui?
come diceva platone, mi pare, i pensieri sono di tutti, perchè tutti possono pensare un pensiero. detto con le parole di bjork "the modern things like cars and such have always existed".
ripeto, non è questo che mi preme. è sempre il dopo che mi preme, preme le meningi, non le spreme. e io mi sento implodere.   Leggi tutto…
tuttoquadra
13 giu, '10, 4:43 m.
Il silenzio mi spaventa. mi rende vigile, attenta, mi rende nervosa. in realtà, non so bene se sia proprio il silenzio a rendermi nervosa, attenta, vigile, oppure se non siano forse i rumori che nel silenzio potrei sentire, vale a dire tutto ciò che dispone la mia immaginazione per fantasticare sulla gamma di rumori e sulla loro intensità. gli spostamenti d'aria, le correnti.
Mi rende nervosa così ho bisogno di fare, fare, per dire, qualsiasi cosa. Il fatto di fare per dire qualsiasi cosa mi rende ancora più nervosa, perchè non so bene perchè io stia facendo la tal cosa, se sia perchè la voglio veramente fare o se è solo perchè ho bisogno di dare un senso a questo silenzio. horror vacui
facevo dei disegni quando da giovane e ingenua ragazza frequentavo il liceo. durante le lezioni, soprattutto, disegnavo gli scarabocchi che di solito si fanno al telefono, ghirigori strani e spirali e triangoli con frecce e linee, quadrati e mille cerchi minuscoli, puntini, minuziosamente disposti uno vicinissimo all'altro, senza lasciar spazio ad un solo spazio a meno che non si venisse a creare un'altra forma. caricandoli di senso; dicevo, e non voglio per questo confutarmi, che li facevo perchè mi rilassavano. effettivamente li facevo proprio per quella ragione, mi riusciva di ascoltare bene le lezioni quando disegnavo quegli scarabocchi proprio perchè erano fatti senza progetto, senza intenzione, senza desiderio, senza obbligo. li facevo in risposta ad un bisogno forse, forse in risposta ad uno stato. occupavo la mano così come adesso occupo il silenzio di questo spazio.

l'insegnante mi rimproverava, perchè gli insegnanti pensano sempre che quando non li si guarda e non si annuisce con il capo non li si sta ascoltando. eppure, per la mia immatura età, per la mia adolescenziale inattenzione, stavo ascoltando l'insegnante, lo stavo facendo, non stavo solo disegnando. guardare e compiere dei disegni mi aiutava a non distrarmi. l'insegnate mi rimproverava, come ho già detto, e quando lo faceva le rispondevo, cosa che agli insegnanti non piace mai, a prescindere dalla risposta. e un giorno ho deciso, non intenzionalmente ma di riflesso, mentre stavo uscendo dalla classe dopo che era suonata l'ora, di regalarle uno dei miei disegni; era per farle capire che non c'era niente che volessi nasconderle. gliel'ho lasciato sulla cattedra e lei, come ben sapevo, non voglio essere arrogante ma me lo aspettavo, non l'ha preso poi molto in considerazione. a lei interessava essere ascoltata, non le interessavano gli stupidi scarabocchi che facevo per occupare le mani. voglio dire, magari se l'è portato a casa, magari l'ha buttato, non importa. in quel momento, lei era arrabbiata perchè io, per lei in modo sfacciato, le avevo donato un mio disegno. poteva anche fare schifo, ma dio mio, in prima superiore. me lo ricordo benissimo quel giorno.

ho anche deciso di tatuarmi uno degli scarabocchi che consideravo tra i più importanti. io ci credevo in quegli scarabocchi perchè erano ciò che facevo per occupare il tempo, quello a cui mi dedicavo indipendentemente dalla mia attenzione o dal mio impegno. li vedevo e intanto pensavo a mille cose, me le lasciavo scorrere addosso, mentre disegnavo.

l'orrore del vuoto è una delle cose che mi mette più fra tutte mi spaventa.   Leggi tutto…
tuttoquadra
10 giu, '10, 6:04 p.
No, non possono esserci di qua fantasia, creatività, disordine e di là razionalità, serietà, ordine.
non è così che va. non è così che le cose si capiscono, alternando una parte e un'altra.
le due cose si devono fondere, anche a costo di non capirci proprio niente.
non è possibile; o forse, è molto più possibile del contrario. diciamo dunque che questa è la mia aspirazione del momento, una parte di un mio ideale. Ho deciso che non posso continuare a scrivere e a pensare partendo da un disordine pieno di tante parole evocative ma nel complesso universalmente incomprensibili, oppure partendo da un ordine dal quale non riesco a tirare fuori nemmeno una parola perchè mi vergogno.
Diciamo che ho bisogno di integrità, di presenza, di qualcosa (un essere, un corpo,un oggetto) che abbia delle orecchie, degli occhi, un bocca con corde vocali e un respiro. e un cervello. che possa ascoltare, vedere, parlare e collegare ciò che ascolta, ciò che vede, ciò che dice attraverso collegamenti logici primo. poi sopraggiunge il cuore. quel cuore che ai collegamenti cerebrali derivati dalla realtà ci aggiunge delle emozioni, delle sensazioni, delle sembianze. un complesso vitale in tutto e per tutto, senza scappare, urlare, sbraitare, andare fuori di matto in qualsiasi forma percepibile. ho bisogno di controllo, ho bisogno di non avere paura di fronte al mio bisogno di controllo, di fronte agli altri, di fronte a quello che penso, di fronte a quello che si capisce. ho bisogno di stabilizzarmi. stabilizzare la mia persona, capire quello che è giusto e non è giusto fare, forse chiedermi i motivi per i quali è giusto fare qualcosa. motivi che sono strettamente legati al cuore, inspiegabili per certi versi, danno conseguenze al cervello, ai collegamenti logici e ai pensieri. questo poi genera situazioni, e i motivi legati al cuore poco prima vengono ora scalfiti dalle situazioni e quindi da quei pensieri, un circolo vizioso direbbero.
non è facile, forse sto solo cercando di ammazzare il tempo per calmarmi, forse sto cercando di occupare il tempo. sto cercando di dire qualcosa, quello che voglio dire, quello che voglio non è essere niente di niente all'infuori di quello che sono adesso. vorrei solo cercare di capire come mai non posso. come mai io non posso essere quello che sono adesso.   Leggi tutto…
tuttoquadra
3 giu, '10, 5:46 p.
La Favola delle Api
Mandeville, 1714

Un numeroso sciame di api abitava un alveare spazioso. Là, in una felice abbondanza, esse vivevano tranquille. Questi insetti, celebri per le loro leggi,  non lo erano meno per il successo delle loro armi e per il modo in cui si moltiplicavano. La loro dimora era un perfetto seminario di scienza e d’industria. Mai api vissero sotto un governo piú saggio; tuttavia mai ve ne furono di piú incostanti e di meno soddisfatte. Esse non erano né schiave infelici di una dura tirannia, né erano esposte ai crudeli disordini della feroce democrazia. Esse erano condotte da re che non potevano errare, perché il loro potere era saggiamente vincolato dalle leggi.

Questi insetti, imitando ciò che si fa in città, nell’esercito e nel foro, vivevano perfettamente come gli uomini ed eseguivano, per quanto in piccolo, tutte le loro azioni. Le opere meravigliose compiute dall’abilità incomparabile delle loro piccole membra sfuggivano alla debole vista degli uomini; tuttavia non vi sono presso di noi né macchine, né operai, né mestieri, né navi, né cittadelle, né armate, né artigiani, né astuzie, né scienza, né negozi, né strumenti, insomma non v’è nulla di ciò che si vede presso gli uomini di cui questi operosi animali pure non si servissero. E siccome il loro linguaggio ci è sconosciuto, non possiamo parlare di ciò che le riguarda se non impiegando le nostre impressioni. Si ritiene generalmente che tra le cose degne d’esser notate, questi animali non conoscevano affatto l’uso né dei bossoli né dei dadi; ma, poiché avevano dei re, e conseguentemente delle guardie, si può naturalmente presumere che conoscessero qualche specie di giochi. Si vedono mai, infatti, degli ufficiali e dei soldati che si astengono da questo divertimento?
Il fertile alveare era pieno di una moltitudine prodigiosa di abitanti, il cui grande numero contribuiva pure alla prosperità comune. Milioni di api erano occupate a soddisfare la vanità e le ambizioni di altre api, che erano impiegate unicamente a consumare i prodotti del lavoro delle prime. Malgrado una cosí grande quantità di operaie, i desideri di queste api non erano soddisfatti. Tante operaie e tanto lavoro potevano a mala pena mantenere il lusso della metà della popolazione.
Alcuni, con grandi capitali e pochi affanni, facevano dei guadagni molto considerevoli. Altri, condannati a maneggiare la falce e la vanga, non potevano guadagnarsi la vita se non col sudore della fronte e consumando le loro forze nei mestieri piú penosi. Si vedevano poi degli altri applicarsi a dei lavori del tutto misteriosi, che non richiedevano né apprendistato, né sostanze, né travagli. Tali erano i cavalieri d’industria, i parassiti, i mezzani, i giocatori, i ladri, i falsari, i maghi, i preti, e in generale tutti coloro che, odiando la luce, sfruttavano con pratiche losche a loro vantaggio il lavoro dei loro vicini, che non essendo essi stessi capaci d’ingannare, erano meno diffidenti. Costoro erano chiamati furfanti; ma coloro i cui traffici erano piú rispettati, anche se in sostanza poco differenti dai primi, ricevevano un nome piú onorevole. Gli artigiani di qualsiasi professione, tutti coloro che esercitavano qualche impiego o che ricoprivano qualche carica, avevano tutti qualche sorta di furfanteria che era loro propria. Erano le sottigliezze dell’arte e l’abilità di mano.
Come se le api non avessero potuto, senza istruire un processo, distinguere il legittimo dall’illegittimo, esse avevano dei giureconsulti, occupati a mantenere le animosità e a suscitare malefici cavilli: questo era lo scopo della loro arte. Le leggi fornivano loro i mezzi per rovinare i loro clienti e per approfittare destramente dei beni in questione. Preoccupati, soltanto di ricavare degli elevati onorari, non trascuravano nulla al fine d’impedire che si appianassero le difficoltà attraverso un accomodamento. Per difendere una cattiva causa, essi analizzavano le leggi con la stessa meticolosità con cui i ladri esaminano i palazzi e i negozi. Ciò soltanto allo scopo di scoprire il punto debole in cui potessero prevalere.
I medici preferivano la reputazione alla scienza e le ricchezze alla guarigione dei loro malati. La maggior parte, anziché applicarsi allo studio dei princípi della loro disciplina, cercavano di acquistarsi una pratica fittizia. Sguardi gravi e un’aria pensosa erano tutto quello ch’essi possedevano per darsi la reputazione di uomini dotti. Non preoccupandosi della salute dei pazienti, essi lavoravano soltanto per acquistarsi il favore dei farmacisti, e per conquistarsi le lodi delle levatrici, dei preti e di tutti coloro che vivevano dei proventi tratti dalle nascite o dai funerali. Preoccupati di acquistarsi il favore del sesso loquace, essi ascoltavano con compiacenza le vecchie ricette della signora zia. I clienti, e tutte le loro famiglie, erano trattati con molta attenzione. Un sorriso affettato, degli sguardi graziosi, tutto era impiegato e serviva ad accattivarsi i loro spiriti già prevenuti. E si badava pure a trattare bene le guardie, per non doverne subire le impertinenze.
Tra il grande numero dei preti di Giove, pagati per attirare sull’alveare la benedizione del cielo, ve n’erano ben pochi che avessero eloquenza e sapere. La maggior parte erano tanto presuntuosi quanto ignoranti. Erano visibili la loro pigrizia, la loro incontinenza, la loro avarizia e la loro vanità, malgrado la cura ch’essi si prendevano per nascondere agli occhi del pubblico questi difetti. Essi erano furfanti come dei borsaioli, intemperanti come dei marinai. Alcuni invece erano pallidi, coperti di vestiti laceri e pregavano misticamente per guadagnarsi il pane. E, mentre che questi sacri schiavi morivano di fame, i fannulloni per cui essi officiavano, si trovavano bene a loro agio. Si vedevano sui loro volti la prosperità, la salute e l’abbondanza di cui godevano.
I soldati che erano stati messi in fuga venivano egualmente coperti di onori, se avevano la fortuna di sfuggire all’esercito vittorioso, anche se tra essi vi fossero dei veri poltroni, che non amavano affatto le stragi. Se vi era qualche valente generale che metteva in rotta i nemici, si trovava qualche persona che, corrotta con dei regali, favoriva la loro ritirata. Vi erano pure dei guerrieri che affrontavano il pericolo comparendo sempre nei punti piú esposti. Prima perdevano una gamba, quindi un braccio, infine, quando tutte queste mutilazioni li avevano resi non piú in grado di servire, li si congedava vergognosamente a mezza paga; mentre altri, che piú prudentemente non andavano mai all’attacco, ricavavano la doppia paga, per restare tranquillamente tra di loro.
I loro re erano, sotto ogni riguardo, mal serviti. I loro ministri  li ingannavano. Ve n’erano invero parecchi che non tralasciavano nulla per far progredire gl’interessi della corona; ma contemporaneamente essi saccheggiavano impunemente il tesoro che s’industriavano ad arricchire. Essi avevano il felice talento di spendere abbondantemente, nonostante che i loro stipendi fossero molto meschini; e per giunta si vantavano di essere molto modesti. Si esagerava forse nel considerare le loro prerogative quando le si denominava le loro “malversazioni”? E anche se ci si lamentava che non si comprendeva il loro gergo, essi si servivano del termine di “emolumenti”, senza mai voler parlare naturalmente e senza camuffamenti dei loro guadagni. Infatti non vi fu mai un’ape che sia stata effettivamente soddisfatta nel desiderio di apprendere, non dico quello che guadagnavano effettivamente questi ministri, ma neppure ciò che essi lasciavano scorgere dei loro guadagni. Essi assomigliavano ai nostri giocatori, i quali, per quanto siano stati fortunati al gioco, non diranno tuttavia mai in presenza dei perdenti tutto quello che hanno guadagnato.
Chi potrebbe descrivere dettagliatamente tutte le frodi che si commettevano in questo alveare? Colui che acquistava del letame per ingrassare il suo prato, lo trovava falsificato per un quarto con pietre e cemento inutili; e per giunta qualsiasi poveretto non avrebbe avuto la facilità di brontolare di ciò, perché a sua volta imbrogliava mescolando al suo burro una metà di sale.
La giustizia stessa, per quanto tanto rinomata per la sua fortuna di essere cieca, non era per questo meno sensibile al brillante splendore dell’oro. Corrotta dai doni, essa aveva sovente fatto pendere la bilancia che teneva nella sua mano sinistra. Imparziale in apparenza, quando si trattava d’infliggere delle pene corporali, di punire degli omicidi o degli altri gravi crimini, essa aveva bens’ spesso condannato al supplizio persone che avevano continuato le loro ribalderie dopo esser state punite con la gogna. Tuttavia si riteneva comunemente che la spada che essa portava non colpiva se non le api che erano povere e senza risorse; e che anche questa dea faceva appendere all’albero maledetto delle persone che, oppresse dalla fatale necessità, avevano commesso dei crimini che non peritavano affatto un tale trattamento. Con questa ingiusta severità, si cercava di mettere al sicuro il potente e il ricco.
Essendo cosí ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità. Era adulata in pace, temuta in guerra. Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l’equilibrio di tutti gli altri alveari. Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione. Tale era lo stato fiorente di questo popolo. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica. Da quando la virtú, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i piú scellerati facevano qualcosa per il bene comune.
Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L’armonia in un concerto risulta da una combinazione di suoni che sono direttamente opposti. Cosí i membri di quella società, seguendo delle strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado. La temperanza e la sobrietà degli uni facilitava l’ubriachezza e la ghiottoneria degli altri. L’avarizia, questa funesta radice di tutti i mali, questo vizio snaturato e diabolico, era schiava del nobile difetto della prodigalità. Il lusso fastoso occupava milioni di poveri. La vanità, questa passione tanto destata, dava occupazione a un numero ancor maggiore. La stessa invidia e l’amor proprio, ministri dell’industria, facevano fiorire le arti e il commercio. Le stravaganze nel mangiare e nella diversità dei cibi, la sontuosità nel vestiario e nel mobilio, malgrado il loro ridicolo, costituivano la parte migliore del commercio.
Sempre incostante, questo popolo cambiava le leggi come le mode. I regolamenti che erano stati saggiamente stabiliti venivano annullati e si sostituivano ad essi degli altri del tutto opposti. Tuttavia con l’alterare anche le loro antiche leggi e col correggerle, le api prevenivano degli errori che nessuna accortezza avrebbe potuto prevedere.
In tal modo, poiché il vizio produceva l’astuzia, e l’astuzia si prodigava nell’industria, si vide a poco a poco l’alveare abbondare di tutte le comodità della vita. I piaceri reali, le dolcezze della vita, la comodità e il riposo erano divenuti dei beni cosí comuni che i poveri stessi vivevano allora piú piacevolmente di quanto non vivessero prima. Non si sarebbe potuto aggiungere nulla al benessere di questa società.
Ma, ahimè, qual è mai la vanità della felicità dei poveri mortali! Non appena queste api avevano gustato le primizie del benessere, tosto mostrarono che è persino al di là del potere degli dèi il rendere perfetto il soggiorno terrestre. Il gruppo mormorante aveva spesso affermato di esser soddisfatto del governo e dei ministri; ma al piú piccolo dissesto cambiò idea. Come se fosse perduto senza scampo, maledí le politiche, gli eserciti e le flotte. Queste api riunirono le loro lagnanze, diffondendo ovunque queste parole: “siano maledette tutte le furberie che regnano presso di noi!”. Tuttavia ciascuna se le permetteva ancora; ma ciascuna aveva la crudeltà di non volerne concedere l’uso agli altri.
Un personaggio che aveva ammassato immense ricchezze, ingannando il suo padrone, il re e i poveri, osò gridare a tutta forza: “il paese non può mancare di perire a causa di tutte le sue ingiustizie!”. E chi pensate che sia stato queste severo predicatore? Era un guantaio, che aveva venduto per tutta la sua vita, e che vendeva anche allora, delle pelli d’agnello per pelli di capretto. Non faceva la minima cosa in questa società che contribuisse al bene pubblico. Tuttavia ogni furfante gridò con impudenza: “buon Dio, dateci soltanto la probità!”.
Mercurio (il dio dei ladroni) non poté trattenersi dal ridere nell’ascoltare una preghiera così sfrontata. Gli altri dèi dissero che era stupidità il biasimare ciò che si amava. Ma Giove, indignato per queste preghiere, giurò infine che questo gruppo strillante sarebbe stato liberato dalla frode di cui essa si lamentava.
Egli disse: “Da questo istante l’onestà s’impadronirà di tutti i loro cuori. Simile all’albero della scienza, essa aprirà gli occhi di ciascuno e gli farà percepire quei crimini che non si possono contemplare senza vergogna. Essi si sono riconosciuti colpevoli coi loro discorsi, e soprattutto col rossore suscitato sui loro volti dall’enormità dei loro crimini. È cosí che i bambini che vogliono nascondere le loro colpe, traditi dal loro colorito, immaginano che quando li si guarda, si legga sul loro volto malsicuro, la cattiva azione che hanno compiuto”.
Ma, per Dio, quale costernazione! quale improvviso cambiamento! In meno di un’ora il prezzo delle derrate diminuí ovunque. Ciascuno, dal primo ministro sino ai contadini, si strappò la maschera d’ipocrisia  che lo ricopriva. Alcuni, che erano ben conosciuti già da prima, apparivano degli stranieri, quand’ebbero ripreso le loro maniere naturali.
Da questo momento il tribunale fu spopolato. I debitori saldavano di propria iniziativa i loro debiti, senza eccettuare neppure quelli che i loro creditori avevano dimenticato. Si condonava generosamente a coloro che non erano in grado di soddisfarli. Se sorgeva qualche difficoltà, quelli che avevano torto rimanevano cautamente in silenzio. Non si videro piú processi in cui entrassero la malvagità e la vessazione. Nessuno poteva piú accumulare ricchezze. La virtú e l’onestà regnavano nell’alveare. Che cosa potevano fare allora gli avvocati? Anche coloro che prima della rivoluzione non avevano avuto la fortuna di guadagnare molto, disperati, abbandonavano la loro scrivania e si ritiravano.
La giustizia, che sino ad allora si era occupata di far impiccare alcune persone, concedeva la libertà a quelle che teneva prigioniere. Ma, dopo che le prigioni furono vuotate, diventando inutile la dea che ad esse presiedeva, costei si vide costretta a compiere una ritirata, con tutta la sua corte e il suo seguito rumoreggiante. Tra esso si videro i fabbri, addetti alle serrature, ai catenacci, alle inferriate, alle catene e alle porte munite di sbarre di ferro. Poi si videro i carcerieri, i secondini e i loro aiutanti. Venne poi la dea preceduta dal suo fedele ministro scudiero, il carnefice, grande esecutore delle sue sentenze severe. Essa non era armata della sua spada immaginaria, bensí in sua vece portava l’ascia e la corda. La signora giustizia, con gli occhi bendati, seduta su di una nuvola, fu cosí cacciata nell’aria accompagnata dalla sua corte. Attorno al suo seggio e dietro di esso vi erano i sergenti, gli uscieri e i domestici di tale specie, che si nutrivano delle lagrime degli sfortunati.
L’alveare aveva ancora dei medici, cosí come prima della rivoluzione. Ma la medicina, quest’arte salutare, non era piú affidata se non a uomini abili. Essi erano cosí numerosi e cosí diffusi nell’alveare, che nessuno di essi aveva bisogno di una vettura. Le loro vane dispute erano cessate. Il compito di guarire prontamente i pazienti era quello che unicamente le occupava. Pieni di disprezzo per le medicine importate da paesi stranieri, essi si limitavano alle semplici medicine prodotte nel loro paese. Convinti che gli dèi non mandavano alcuna malattia alle nazioni senza donar loro, nello stesso tempo, i veri rimedi, si dedicavano a scoprire le proprietà delle piante che crescevano presso di loro.
I ricchi ecclesiastici, destati dalla loro vergognosa pigrizia, non facevano piú servire le loro chiese da api prese alla giornata; officiavano essi stessi. La probità da cui erano animati li spingeva a offrire preghiere e sacrifici. Tutti coloro che non si sentivano capaci di adempiere questi doveri, o che ritenevano che si potesse fare a meno dei loro servizi, si dimettevano senza indugio dalle loro cariche. Non vi erano occupazioni sufficienti per tante persone, se pur ne restava ancora qualcuna: giacché il loro numero diminuiva intensamente. Erano tutti modestamente sottomessi al pontefice, il quale si occupava esclusivamente degli affari religiosi, abbandonando agli altri gli affari dello stato. Il reverendo capo, divenuto caritatevole, non aveva piú la durezza di cuore di cacciare dalla sua porta i poveri affamati. Mai si sentiva dire ch’egli prelevasse qualcosa dal salario del povero. Era invece presso di lui che l’affamato trovava cibo, il mercenario il suo pane, l’operaio bisognoso la sua tavola e il suo letto.
Il cambiamento non fu meno considerevole fra i primi ministri del re e fra tutti gli ufficiali subalterni. Divenuti economi e temperanti, i loro stipendi bastavano loro per vivere. Se un’ape povera era venuta dieci volte per richiedere il giusto pagamento di una piccola somma, e qualche funzionario ben pagato l’aveva obbligata o a regalargli uno scudo o a non ricevere mai il suo pagamento, prima si era denominata una tale alternativa la “malversazione” del funzionario; ma ora la si chiamava, col giusto nome, una ribalderia manifesta.
Una sola persona era sufficiente per adempiere le funzioni per le quali si richiedevano tre persone prima del felice cambiamento. Non v’era piú bisogno di affiancare un collega per sorvegliare le azioni di coloro a cui si affidava il mantenimento degli affari. I magistrati non si lasciavano piú corrompere e non cercavano piú di facilitare i ladrocini degli altri. Una sola persona compiva allora mille volte piú lavoro di quanto non ne facessero prima parecchie persone.
Non era piú cosa onorevole il far figura alle spese dei propri creditori. Le livree restavano appese nelle botteghe dei rigattieri. Quelli che brillavano per la magnificenza delle loro carrozze, le vendevano a poco prezzo. I nobili si liberavano di tutti i loro superbi cavalli tanto sontuosi e persino delle loro campagne, per pagare i loro debiti.
Si evitavano le spese inutili con la stessa cura con cui si evitava la frode. Non si mantenevano piú degli eserciti all’estero. Non curandosi piú della stima degli stranieri e della gloria frivola che si acquista con le armi, non si combatteva se non per difendere la propria patria contro coloro che attendevano ai suoi diritti e alla sua libertà.
Gettate ora lo sguardo sul glorioso alveare. Contemplate l’accordo mirabile che regna tra il commercio e la buona fede. Le oscurità che offuscavano questo spettacolo sono scomparse: tutto si vede allo scoperto. Quanto le cose hanno mutato il loro volto!
Coloro che facevano delle spese eccessive e tutti coloro che vivevano su questo lusso; sono stati costretti a ritirarsi. Invano tenteranno nuove occupazioni: esse non potranno fornir loro il necessario.
Il prezzo dei poderi e degli edifici crollò. I palazzi incantevoli, i cui muri, simili alle mura di Tebe, erano stati elevati con armonia musicale, divennero deserti. I potenti, che prima avrebbero preferito perdere la loro vita piuttosto che veder cancellare i loro titoli fastosi scolpiti sui loro portici superbi, schernivano ora queste vane iscrizioni. L’architettura, quest’arte meravigliosa, fu del tutto abbandonata. Gli artigiani non trovavano piú nessuno che li volesse impiegare. I pittori non diventavano piú celebri con le loro pitture. La scultura, l’incisione, il cesello e la statuaria non furono piú rinomate nell’alveare.
Le poche api che vi restarono, vivevano miseramente. Non ci si preoccupava piú di come spendere il proprio denaro, ma di come guadagnarne per vivere. Quando dovevano pagare il loro conto alla taverna, decidevano di non rimetterci piú piede. Non si vedevano piú le donne da bettola guadagnare tanto da poter indossare abiti drappeggiati d’oro. Torcicollo non donava piú delle grosse somme per avere del borgogna e degli uccelletti. I cortigiani, che si compiacevano di regalare a Natale alla loro amante degli smeraldi, spendendo in due ore tanto quanto una compagnia di cavalleria avrebbe speso in due giorni, fecero bagaglio e si ritirarono da un paese cosí miserevole.
La superba Cloe, le cui grandi pretese avevano un tempo costretto il suo marito troppo condiscendente a saccheggiare lo stato, ora vende il suo abbigliamento, composto dei piú ricchi bottini delle Indie. Ora sopprime le sue spese e porta tutto l’anno lo stesso abito. L’età spensierata e mutevole è passata. Le mode non si susseguono piú con quella bizzarra incoscienza. Dal canto loro, tutti gli operai che lavoravano le ricche stoffe di seta e d’argento e tutti gli artigiani che dipendevano da loro, si ritirarono. Una pace profonda domina in questo regno; e ha come sua conseguenza l’abbondanza. Tutte le fabbriche che restano producono soltanto le stoffe piú semplici; tuttavia esse sono tutte molto care. La natura prodiga, non essendo piú costretta dall’infaticabile giardiniere, produce bensí i suoi frutti nelle sue stagioni; però non produce piú né rarità, né frutti precoci.
A misura che diminuivano la vanità e il lusso, si videro gli antichi abitanti abbandonare la loro dimora. Non erano piú né i mercanti né le compagnie che facevano decadere le manifatture, erano la semplicità e la moderazione di tutte le api. Tutti i mestieri e tutte le arti erano abbandonati. La facile contentatura, questa peste dell’industria, fa loro ammirare la loro grossolana abbondanza. Essi non ricercarono piú la novità, non hanno piú alcuna ambizione.
E cosí, essendo l’alveare pressoché deserto, le api non si potevano difendere contro gli attacchi dei loro nemici, cento volte piú numerosi. Esse difendevano tuttavia con tutto il valore possibile, finché qualcuna di loro avesse trovato un rifugio ben fortificato.
Non v’era alcun traditore presso di loro. Tutte combattevano validamente per la causa comune. Il loro coraggio e la loro integrità furono infine coronate dalla vittoria.
Ma questo trionfo costò loro tuttavia molto. Parecchie migliaia di queste valorose api perirono. Il resto dello sciame, che si era indurito nella fatica e nel lavoro, credette che l’agio e il riposo, che mettono a sí dura prova la temperanza, fossero un vizio. Volendo dunque garantirsi una volta per sempre da ogni ricaduta, tutte queste api si rifugiarono nel cupo cavo di un albero, dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la contentatura dell’onestà.

MORALE

Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti piú eccellenti.
È cosí che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV, pagg. 137-146

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tuttoquadra
31 mag, '10, 10:20 p.
ma niente non lo so. non so cosa fare  non so cosa pensare  non so come dirlo  come rispondere  cosa chiedere
in certi casi il silenzio sarebbe la migliore soluzione. ci sono delle occasioni in cui non sopporto sentire parlare le persone sentire parlare certe persone vedere le persone. vorrei rinchiudermi in un buco marcio e star lì, assente, presente, assente  Leggi tutto…
tuttoquadra
26 mag, '10, 8:18 p.
Quanto pesano gli errori?

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tuttoquadra
26 mag, '10, 8:16 p.
Vorrei trovare nuove cose da dire, nuove cose da fare, nuovi modi di fare le cose. Non riesco davvero a concentrarmi, tutto si svuota immediatamente del suo significato. Non c'è dietro qualcosa di comprensibile, non c'è niente che io possa fare per cambiare quel poco che posso.
sono inerme. senz'armi, senza arti per afferrare, senza occhi per vedere, senza forza per muovermi, senza muscoli da tendere, senza collegamenti logici. Tutto viene da sé e per sé ma.... dove sono? Dove siamo?
Bella domanda, avrei voluto saperti rispondere qualcosa di meglio di "siamo nel XXI secolo"..., mi sarebbe piaciuto.

Cos'è che mi rende così? Questo fardello immenso e pesantissimo di NOIA, questa gigantesca bolla muta dove mi trovo, in cui fatico a respirare e che mi entra nel cervello...
si chiama abitudine, la matrice di tutte le noie, la misura sempre identica di tutte le forme, il bilanciamento tra controllo ed evasione, tra logica e piacere, tra dovere e volere... tutto dato dal potere di fare, ma secondo i propri principi, secondo le proprie metriche, secondo le proprie possibilità e disponibilità del momento...
non c'è niente che sia solo qualcosa. non c'è un ipotetico assoluto, in cui qualcosa è solamente male, in cui qualcosa è solamente bene, sarebbe dannoso....

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tuttoquadra
22 mag, '10, 2:40 m.
Adam lives in theory, trying to
turn stone into bread
masquerading like he's got it figured out.

Cut off from the sunshine
only smart in his own head,
leaving his descendants to hope and doubt.
Left to his devices, those worthless sacrifices, praying to the alter of himself.
Making pilgrimages, thinking he's religious
like he's got all the light, and no one else.

He takes the unsuspected, cause he knows they're not connected,
and he shows them how to be just as he is...
Virtually real, and commercially appeal, to the lust of all the people where he lives.

Eve was so naive, blinded by the pride and greed, wanting to be intellectual.
Drifting from the way, she got turned down one day,
and now she thinks that she's bisexual.

Caught up in emotion, burning up in her devotion,
to the king of exploitation in the field.
She handed him her virtue, cause he told her "I won't hurt you"
So she lay with him to see how good it feels.

Now can you tell me, what, what we gonna do now,
where we gonna go now
what we gonna say now.

Now can you tell me what,
what we gonna do now?
where we gonna go now?
what we gonna say now.

Now after the sensation and
the empty fornication she brought infection home into her bed.
Quickly multiplying, now the 3 of them are dying by the poison she perceived to be good head.
Now Eve and her husband, perverted in their judgment - cause everything appears to be the same
They entertain suggestions,
next time just use protection
desiring to cover up their shame.

But much to their demise,
poor decision closed their eyes to the very antidote to their dilemma:
burning in their lust, both of them, adulterous, destroying the original agenda.
Praying to the sky in order
to maintain a lie, they exhausted every possible conclusion.
They can't even entertain, the solution in a brain, filled with vain information and pollution.

Hiding from the truth, he provided an excuse, to explain away his desperate situation.
When confronted blamed his wife, giving birth to carnal life
refusing to acknowledge what he'd done.

Now if we can agree with who created us to be, who says we're guilty everyone before his eyes.
Making no exceptions, since the day of our conception, predisposed to hating truth, and loving lies.

Then can you tell me what, what we gonna do now?
Where we gonna go now, what we gonna say now?
Then can you tell me what, what we gonna do now?
Where we gonna go now? What we gonna say now?

Stop walking in pride, let the thief be crucified,
un-learn everything you know, and let him teach you.
Line upon line, and precept upon precept, say goodbye to this decaying social system...
He wants to know, how far we're willing to go if we love him like we say we do,
he will try us.

Just you don't regress,
Or slip into hopelessness
Once he's satisfied his love,
He won't deny us.

And then he'll tell us,
What, what we gonna do now?
Where we gonna go now? what we gonna say now?

And then he'll tell us
What,
What we gonna do now?
Where we gonna go now?
What we gonna say now?

I'm telling you, I'm telling you, I'm telling you....I'm telling you, I'm telling you, I'm telling you...
he's gonna telling telling telling....
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tuttoquadra
14 mag, '10, 9:19 p.
Quello che mi da fastidio è che ci siano
un sacco di persone
che sono interessate a qualsiasi cosa
solo in virtù della loro voglia,
e pensano
che le persone con le quali interagiscono
non si rendano conto che le cose cominciano mano a mano a cambiare.

Siamo circondati da un'infinità di cose molto attraenti,
ma non per questo ritengo che una esclude l'altra.
a meno che non sia una scelta, quasi un dispetto
di voler intenzionalmente far capire a qualcuno che - hai rotto,
non vedo nessun'altra ragione che spinga le persone a dimenticarsi
di quello che stavano facendo cinque
minuti prima.

il bello sono le contraddizioni che nascono da tutto questo.
le contraddizioni che fanno sì che una cosa, fatta per un certo motivo è in un modo
e fatta per un altro è in un altro.

non voglio che la mia vita diventi morbosa.
le passioni sono importanti, ma non possono davvero contraffare la realtà.
ora, come sempre, che cos'è la realtà? perchè le passioni rientrano in essa.

non posso discernere se sono protagonista, non posso ignorare se non partecipo.

questo è il dilemma che mi affligge.

finché si parla di lavoro, tutto procede.
il lavoro non chiama in causa i sentimenti propriamente detti.
i sentimenti sul lavoro esistono, certamente,
l'essere umano continua ad essere umano anche quando lavora.
ma nell'istante in cui li si esprime, questi prendono la forma in cui hanno luogo, ovvero prendono la "formalità" della situazione. per questo motivo, non li si può lasciar scorrere così come si farebbe in una situazione "libera" da costrizioni. il lavoro, se fatto con "passione", unisce le conoscenze, le capacità di trasmissione e la personalità in una sola e singola situazione che non nessuno può governare, ma che tutti possono scalfire, incidere, firmare, commentare, e in definitiva in cui tutti partecipano.
nell'ambito lavorativo quindi, non c'è nessun protagonista, nessun artefice.
si tratta, sempre, dell'impegno che ciascuno ci mette per far funzionare la situazione: ed è questo che porta alla riuscita o alla mancata riuscita di un compito. e questo vale per tutti.
quello che c'è nel lavoro, però, non c'è invece sempre nella vita: ovvero, un obiettivo.

ad esempio. se quotidianamente c'è un obiettivo lavorativo da raggiungere, nella vita quotidiana, che si caratterizza per il fatto di significare "svago", "tempo libero", al contrario non c'è obiettivo. c'è una decisione, forse. ad esempio, si decide di andare a vedere una mostra. non è un obiettivo, in quanto la mostra non dev'essere creata dal principio, ma fruita. così allo stesso modo fra persone.

quello che vorrei riuscire a dire non è che bisognerebbe avere un obiettivo con gli altri, ma tenere presente che l'importanza che si prova verso qualcosa si può solo esprimere attraverso le azioni, attraverso le parole,
e questo viene in seguito ad una comprensione, ad una volontà di comprensione, o semplicemente ad una mera curiosità verso le cose e verso gli altri.
quando questo viene meno per svariate ragioni, c'è una mancanza.

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tuttoquadra
9 mag, '10, 2:14 m.
non riesco a ricordare il giusto o lo sbagliato, il bene o il male
non riesco a distinguere ciò che è accaduto da ciò che non è accaduto in quello che ho passato
la confusione è forse uno stato
l'energia non si crea e non si distrugge, si trasforma. forse per questo dico che niente è assoluto.

non c'è niente che sia assoluto perchè assoluto significa incostante, e l'incostante non ha una durata, ha uno sbalzo che ne determina un altro, ma non ha senso, non ha ricordo, non fa distinzione.
l'incostante è soggiogato da tutto quello che lo circonda, ed è in rapporto stretto con esso.

qualcosa di costante ha una razionalità, una relatività "giustificata" da qualcosa.

la dipendenza che ho dal fumo è costante. la mia rabbia ingiustificata nei confronti del mondo è incostante. l'amore che l'egoismo porta a provare è ingiustificato e perciò incostante. l'amore che si prova per qualche cosa di reale è giustificato e quindi curato, relativo, ma esistente.
viceversa, ciò che si ama per egoismo dipende dalle circostanze. è frustante. non è vero che nulla è assoluto. non intendo dire il vero. voglio solo riprovare il fatto che ci sono cose assolutamente incomunicative, solo autoreferenziali.
non va bene. per principio, per il puro e semplice bisogno di principio, devo "purtroppo" dire che queste cose non vanno bene. non tanto perchè inapplicabili, quanto perchè controproducenti nel lungo termine. non adoro farmi e fare del male. non amo prendere in giro, non amo raccontare bugie, non amo crearmi problemi.
quello che amo è quello che può incastrarsi, in un incontro.

quello che non ho mai saputo dire sono le mie paure  Leggi tutto…
tuttoquadra
8 mag, '10, 3:45 p.

Sheep'n'Tides, pecore e maree  Leggi tutto…
tuttoquadra
7 mag, '10, 10:52 p.

"le cattive nuove sono scaturite da un eccesso di buone nuove"

e mi chiedo, perchè? perchè mai questo deve accadere? perchè?
Perchè ci ammaliamo? è un ammonimento nei confronti del nostro comportamento, oppure è semplicemente casuale?
noi non possiamo governare il nostro corpo fino in fondo, oppure si? E se sì, allora finisce che ci ammaliamo, per un ammonimento? perchè la coscienza arriva troppo in là? oppure per farci capire che proprio la coscienza non può capire tutto?

mi sto incartando, o mi sono già incartata?  Leggi tutto…
tuttoquadra
7 mag, '10, 10:39 p.
Cosa penso? Penso che il mondo davvero non sia affatto rose e fiori. Le rose e i fiori fanno solo da decorazione di qualcosa che è sofferenza, è dolore, è lotta vana. nel momento stesso in cui si lotta, si lotta per un'idea, un'ideologia, un pensiero, una convinzione, un capriccio.
il momento della lotta è intenso, sofferto, e noi speranzosi di ottenere ciò per cui si sta lottando. ma una volta ottenuto ciò per cui si lotta, si è daccapo. Manca sempre quella stessa cosa, quello stesso principio che si cerca di definire. come vladimiro ed estragone. attendono a un albero, cosa, chi, non si sa. loro aspettano. posso sembrare nichilista? la nostra gioia, il nostro dolore, la nostra rabbia, la nostra volontà, sono sentimenti; sono sentimenti che occupano il tempo, e lo occupano proporzionalmente all'intensità in cui si vivono. siamo soggiogati dai sentimenti, dalle emozioni, dalle sensazioni. tutte queste cose sono positive, sono negative, sono imprescindibilmente necessarie: non siamo bradibi, flemme, vegetali. siamo sensibili, ognuno alla sua misura, ognuno a suo modo. ma davvero, quello che c'è sotto tutto questo, quello per cui noi viviamo, è inafferrabile. le nostre sensazioni e sentimenti e emozioni coprono quello che noi ci prefiguriamo dalla vita, non coprono la vita stessa. non la capiremo, ne capiremo le contraddizioni forse. ne capiremo l'importanza, capiremo insomma il dizionario che noi abbiamo fatto della vita. e questo non è altro che un modo, uno dei modi di vedere le cose. anche denunciandolo, esponendolo, è vano. dipende dalla predisposizione alla vita, alla giornata, agli altri, che dipende il senso che noi ne diamo.


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tuttoquadra
7 mag, '10, 6:39 p.
"il capitalismo è un regime che morirebbe di una chiusura simultanea di tutti i conti".
Ciò non significa affatto che il capitalismo sia destinato a crollare per una necessità a esso immanente, ma piuttosto che esso, per il modo stesso in cui cerca di evitare la chiusura simultanea, la rende nondimeno assai probabile.

Fintanto che i conti sono l'espressione di rapporti di credito, e quindi hanno una scadenza definita, la chiusura simultanea è sistematicamente impossibile. Quando, invece, a qualunque creditore è data sistematicamente facoltà di recedere da qualunque rapporto in qualunque momento, tale simultaneità diventa altamente probabile, sebbene imprevedibile. Infatti, se all'interno di un particolare mercato un numero cospicuo di creditori recede, ossia vende il proprio titolo di credito, per ciò stesso si verificherà una corsa a chiudere le posizioni.  Leggi tutto…
tuttoquadra
13 apr, '10, 11:55 p.

Dì quello che ti viene in mente, dì quello che ti viene in mente

BLOCCO
...
........................................ bloccato

pensa a quello che ti viene in mente. Pensa a quello che stai pensando.

non stai pensando a niente? non ti viene in mente niente? non sai cosa dire?
ci sono forse troppe cose che vorresti dire ma non te ne viene in mente neanche una? non sei per caso a tuo agio?
tranquillizzati. va tutto bene, o almeno, finché va bene, finché non c'è nessun problema apparente cerca di pensare che va bene. è perché qualcosa ti ha fatto capire che le cose possono ritorcertisi contro quando tu non te lo aspetti che ti spaventa lasciarti andare? oppure perché nascondi qualcosa di brutto, nascondi qualcosa che non vuoi dire? cos'è che non ti lascia vivere, che ti fa lamentare quando sei sola perché non c'è nessuno, che ti fa lamentare quando sei con gli altri perché vorresti essere da un'altra parte?

non è forse questa scelta, quella di cui hai tanto parlato, che non è presa nel modo giusto, che ti fa sentire sempre nel posto sbagliato, o comunque in un modo che ti lascia sempre scontenta?

la verità è un grande cammino che si intraprende ogni giorno e dal quale non si può mai scappare.
ogni giorno ogni cosa si rivela per essere qualcosa che tu devi interpretare, ogni cosa si rivela uno specchio della tua personalità, il modo in cui gli altri ti guardano, il modo in cui tu ti atteggi, come rispondi alle cose.
il punto è che quando si decide di essere dalla parte della verità si è più esposti ad essa. quando si preferisce agire per i propri interessi non importa cosa sia la verità perché si è dei PARACULI. non sarebbe vero dire che i paraculi non capiscono la verità, i peggiori la conoscono benissimo e perciò la sanno usare al meglio per raggiungere i propri interessi. e il confine fra questi ultimi che ho detto e quelli che stanno proprio agli antipodi, cioè quelli che della verità non se ne fanno per forza qualcosa, ma ne godono solo per il piacere di goderne, è molto, molto sottile.
non è facile distinguere tra chi si serve della verità per raggiungere uno scopo e chi raggiunge ciò che ama per amore della verità. a volte è difficile capirlo anche tra sé e sé.
questo mi spaventa molto. questo mi spaventa moltissimo.  Leggi tutto…
tuttoquadra
7 apr, '10, 7:22 p.
Cosa mi è successo in questi cinque minuti.
Ho spremuto due arance, ho versato il succo in un bicchiere e ho messo per un attimo il bicchiere nel lavandino per lavare lo spremiagrumi. Dopo averlo lavato, lo stavo appoggiando sullo scolapiatti pieno di mille aggeggi e improvvisamente un piatto si è rovesciato cadendo sul bicchiere, che stava nel lavandino, rompendolo. Dato che però era rimasto molto succo d'arancia, ho deciso di berlo lo stesso, ma quando ho finito di berlo mi sono accorta che sul fondo c'erano tre pezzettini di vetro.

Scrivo questo perchè non si sa mai io abbia ingerito uno di questi pezzettini. Spero che non mi succeda niente.  Leggi tutto…
tuttoquadra
6 apr, '10, 1:28 m.

GORGEOUS  Leggi tutto…
tuttoquadra
3 apr, '10, 5:40 p.
Graziami addolciscimi non compatirmi
privami delucidandomi ma non ignorarmi
ti perdono ma non ti scusare.

per favore
abbi pietà di me e un po' di rispetto verso di te
mi fa male la testa non so come dirtelo

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tuttoquadra
2 apr, '10, 9:19 p.
Avrei bisogno di pensare. Di fermarmi un secondo e pensare, pensare a tutta la creazione che mi sta intorno.
Se continuo a passare, se continuo ad andare, me la perdo tutta. Non riesco bene a distinguere, ed è un casino. Però devo andare avanti. E questo comincio a detestarlo  Leggi tutto…
tuttoquadra
30 mar, '10, 10:02 p.
è da tutto il giorno che ci penso. Sono deconcentrata, e mi sento al meglio solo quando posso mettere gli occhi nel vuoto, e lì pensare, e pensare, e pensare. come è successo oggi in metropolitana, non importa dove stavo andando, perché la cosa migliore che potessi fare in quel momento la stavo facendo proprio lì, e cioè pensare a quello che mi era appena successo.
Comunque, non so con precisione a cosa mi piaceva pensare oggi, se mi piaceva pensare di più al fatto principale o al fatto correlato.
Sono stata stupida e scortese rispetto al fatto correlato. Ero più concentrata sul fatto principale, che richiedeva molta più concentrazione e riservatezza e "buone maniere", più attenzione rispetto al fatto correlato, che avrebbe invece richiesto più partecipazione e scioltezza.

Si potrebbe definire "differenziazione funzionale". L'ho sperimentata davvero solo oggi, perché oggi, per la prima vera volta, mi sono resa conto di quanto sia difficile essere la stessa persona in ogni ambito della propria vita.
è come se un ragazzo di vent'anni si trovasse ad impartire lezioni ad individui molto più grandi di lui, più grandi diciamo di una ventina o trentina d'anni. è chiaro che il ragazzo in questione si sentirà molto più in discussione, con molte più "responsabilità" (lo metto fra virgolette perché il libero arbitrio è troppo troppo vasto per essere confinato in una scala da 0 a 1) e sicuramente molto più in soggezione.

Mi sentivo allo stesso modo oggi. Ho scoperto che presentarsi "lavorativamente" è davvero molto diverso dal presentarsi "soggettivamente". Ho cercato in tutti i modi di essere me stessa, ma tra le formalità del caso e le necessità di comunicazione penso che quel che ne è uscito non si avvicini molto all'idea che ho di me.
E appunto è stato proprio il fatto "correlato" che me l'ha fatto notare. E non posso negare che tutto questo mi ha frustrata, non avendo io nulla da ridire nei confronti di, anzi, (se solo avesse potuto ascoltare i miei pensieri).

non vedo l'ora.   Leggi tutto…
tuttoquadra
26 mar, '10, 10:09 p.
mi sono dimenticata tutto. ho sbagliato a cliccare, al posto di pubblica ho cliccato con sicurezza il pulsante edita e questo ha portato tutto a cancellarsi. si è cancellato tutto quello che avevo scritto, e non me lo ricordo.
non me lo ricordo per niente e non riuscirò più a riscriverlo così come l'avevo scritto poco fa.

Stavo parlando di un certo ciò che non so cos'è ma che c'è, inevitabilmente, in ogni espressione discorsiva o mentale, in ogni riflessione che caratterizza il genere umano in sè e per sé. come avere un soggetto su cui parlare, come avere un pavimento su cui camminare, un terreno. un ciò. chiamiamolo ciò, mi piace. la finalità di questo ciò in ogni momento e situazione cambia. ciò detto - ecco qua, fatto ciò non so cosa fare, dico ciò per non dirlo un'altra volta, cerco di spiegare ciò.
Ciò può essere: un cane, un animale, un pensiero, un libro, una tesi, una persona e molto altro ancora. ma ciò può anche essere ciò per cui mi spiego, ciò per cui sto cercando qualcosa, ciò per cui faccio qualcosa, ciò.
e questo ciò alla fine domina tutto, è l'implicazione di tutto, e il sotterraneo, il non detto, paradossalmente.
spiego spiego spiego ma ciò non c'è. e c'è tutto tranne ciò. ciò per cui spiego non è ciò, ciò per cui mi procuro le cose non è, alla fine, ciò per cui inizialmente volevo procurarmi le cose che mi sono procurata.
Ciò è ovunque dovunque sempre ma mai. non ci sono motivi per il ciò, il ciò è ciò per cui ci sono i motivi, cioè è il contrario, la seconda che ho detto.

prima ho cercato di dire questo ma poi ho cancellato tutto. in ciò c'era anche una mia volontà di sapere perché le persone cambiano, e perché restano sempre le stesse. è l'interesse nel ciò che ci guida, ma questo ciò in fondo significa qualcosa, e questo qualcosa si traduce, in tutte le sue componenti, nel ciò dell'inizio, ma però non ci corrisponde più, non ci ha mai corrisposto, cioè, facendo cose, si realizza il ciò e non si realizza. ciò che si realizza e ciò che non si realizza sono uguali allo stesso modo, ma l'atteggiamento nei confronti di entrambe le situazioni differisce molto dal ciò iniziale. è questo ciò che dev'essere continuamente alimentato e riprodotto per esistere. le cose sono il flusso che scorre in una cavità che si chiama
ciò. ciò ciò ciò  Leggi tutto…
tuttoquadra
24 mar, '10, 3:21 p.
ieri ho scoperto che la macchina a vapore è stata inventata prima di formulare la prima legge della termodinamica; così come la prima legge della termodinamica era insita nel meccanismo di funzionamento della macchina a vapore ancora prima che venisse enunciata, così la volontà di fare qualcosa è insita nella cosa stessa; e mi chiedo, se, al rovescio, le cose si facessero per la volontà di farle, forse si potrebbe ricreare un sistema di valori basato su una specie di costrizione/rispetto nei confronti di/verso gli altri e questo porterebbe tutti quanti a uccidersi e umiliarsi e amarsi e ignorarsi e capirsi in un modo più cosciente.
cioè, dal momento in cui la prima legge della termodinamica è stata formulata, è stato possibile migliorare il rendimento di una macchina a vapore. Quindi "allo stesso modo" conoscere il motivo per cui si fa qualcosa porta a fare di quella cosa qualcosa di molto più importante della cosa stessa.
 
ho provato molta rabbia nell'ascoltare bleach perché quando l'ho ascoltato, e ho sentito la voce, la musica, le grida, non sono riuscita a sentire niente di positivo. è certamente un album di sterile e impotente protesta ed è stato proprio questo che mi ha trasmesso rabbia. a me non piacciono i nirvana perché sono stati qualcosa o perché vanno di moda, i nirvana non moriranno mai.
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tuttoquadra
19 mar, '10, 5:30 p.
UOMO - MACCHINA - TECNOLOGIA
FINE - MEZZO
VELOCITA' - MOVIMENTO
PUNTO D'ARRIVO (bisogno di concretezza) - PUNTO DI NON-RITORNO
EVOLUZIONE - STATICITA'
SCONVOLGIMENTO - CREAZIONE
RIELABORAZIONE
SIGNIFICATO
FORZA-DEBOLEZZA
NATURA - ETICA - MORALE - VALORE (Medea)

Una delle più significative caratteristiche di questo nuovo millennio è la velocità, la sua immediatezza, che rende il tempo percepito dall'uomo radicalmente diverso dal tempo come lo si percepiva quando non si era sotto la costante presenza dell'informazione. Mi hanno detto che al tempo in cui non esistevano mezzi di comunicazione come può essere il telegrafo ma solo cavalli e piccioni, una notizia come "hanno ghigliottinato il re" arrivava alla corte, cioè alla corte, non al villaggio, circa 30 giorni dopo; considerando questo, si può facilmente supporre che al villaggio arrivasse mesi e mesi dopo, e forse anche abbastanza storpiata, come in un telefono senza fili. Come narra Franz Kafka nel suo racconto "Durante la Costruzione della Muraglia Cinese", in cui si racconta che i civili che contribuivano a costruire la muraglia non erano nemmeno a conoscenza di quale imperatore era al trono in quel momento. Ognuno di loro credeva in un imperatore diverso, e l'Impero era così grande e ingestibile che probabilmente l'imperatore stesso non era a conoscenza di tutta la sua estensione.

In un certo senso sto contraddicendo quello che ho affermato sopra quando ho detto che il tempo come lo viviamo noi oggi non lo percepiamo come lo percepivano esseri umani di altri tempi. Perché, effettivamente, se noi siamo continuamente bombardati da piccole mine di informazione che esplodono nel momento in cui facciamo click su un bottone, così loro erano privati delle informazioni e rinchiusi nei loro ruoli lavorativi che erano strettamente collegati alle loro identità. Quindi, il tempo che questi umani percepivano era sì assai diverso dal tempo che percepiamo noi oggi, ma il significato insito in questa percezione del tempo è certo sempre e comunque stato strettamente collegato alle singole identità e ai liberi arbitri.

Così come Giovanna d'Arco ha interpretato le voci che sentiva come un richiamo a salvare la sua patria (vedi sotto alla voce "follia"), così il monaco qualunque che sentiva le voci e decideva di rinchiudersi per sempre in un monastero decideva di contribuire alla vita nel modo che riteneva più degno. Altri, penso ai contadini, lavoravano i campi perché era questo che le famiglie da cui discendevano avevano sempre fatto, e, senza chiedersi nemmeno perché, lo facevano. I valori vigenti al tempo erano molto meno liberali e per niente opzionali (la possibilità di "customizzare" i prodotti oggi fa spaventosamente parte dell'identità di un essere umano).
I proprietari terrieri per questo forse si sentivano molto importanti e legittimati a fare cose che moralmente oggi considereremmo scabrose (come ad esempio andare nei campi prendersi una fanciulla e portarsela via, perché di diritto).

Oggi i legami si infittiscono. La democrazia può essere una grande arma di difesa o di attacco. L'individualismo a cui siamo giunti ci permette di fare e di essere chi vogliamo, nei limiti del possibile. Di base non c'è nulla che sia dovuto o posseduto. Tutto è fruibile, percepibile, imitabile, pensabile, concepibile. Tutto è potenzialmente bello, appagante, soddisfacente, o terribile, pauroso.
Ci sono dei limiti, limiti che sono strettamente legati alla scienza, alla tecnologia e alle istituzioni in generale. Ma pure ci sono state e ci sono comunità-gruppi che hanno dimostrato sulla loro pelle, attraverso quasi la loro stessa identità l'essere "fittizio" di queste istituzioni o di questi presunti ordini di valori. E ce ne sono a migliaia, a livello sia pratico che accademico-teorico. E ogni cosa, quasi, si potrebbe dire che contiene in sé il contrario di ciò che afferma.

Per fare degli esempi: le comunità nere sbarcate a partire dagli anni '50 in Inghilterra, paese colonizzatore per eccellenza che ha dovuto fare i conti con l'integrazione di queste stesse comunità all'interno di una società bianca che si potrebbe definire razzista; essi hanno messo in discussione dei valori (quelli bianchi) che presi singolarmente (sempre quelli dei bianchi) non avevano "niente" contro quegli altri, ma che dalla posizione in cui venivano espressi nei confronti dei valori "neri", diventavano una sorta di presa di posizione non-universalistica e "contraria", "antagonista", che si dichiarava "diversa", forse "migliore" rispetto alla posizione dei neri (chiediamoci: Perché? pensiamo ai colonizzatori e ai colonizzati, ma pensiamo anche alle popolazioni civili colonizzatrici e colonizzate definite storicamente tali perché residenti in un certo territorio e di conseguenza sottoposte a processi che le hanno rese e fatte crescere così). Di qui lotte, manifestazioni di violenza, musiche che ci accompagnano tutt'oggi in metropolitana e che con il tempo, a volte, dimenticano persino come e da cosa sono nate, e si mescolano fra loro, contraddicendone i morti, contraddicendone i principi.

Pensiamo alle prigioni, alle forme punitive che si sono susseguite nel tempo (Michel Foucault: Sorvegliare e Punire). Pensiamo alle discussioni riguardo all'aborto, all'eutanasia, all'inseminazione artificiale.

Ci sono delle tendenze, oltre a dei limiti. Delle tendenze che fanno sì che ci sia, un'ascissa -1 0 +1 dove allo zero corrisponde la normalità e in cui tutti oscilliamo pur stando sempre nei limiti.
Cioè i limiti cercano di uscire da loro stessi attraverso lo sforzo di contenere tutto, nei limiti. La scienza cerca di fare questo, cerca di fare questo anche la tecnologia. Si potrebbe pensare alla sola infinita potenzialità di internet, che però contiene talmente tante infinite cose che alla fine la sua infinità rimane celata, nascosta, implicita dietro un singolo sito. Eppure le sue potenzialità sono tante, ma perchè siano tante devono essere tante anche le potenzialità di idee e di curiosità che possiede un umano, e tante devono essere le congiunture che uniscono le potenzialità di qualcosa di esterno con le potenzialità soggettive di un essere umano.

Scoprire è sempre stato imprescindibile. La curiosità che spinge verso l'ignoto nei limiti del possibile e del creabile è sempre stata all'ordine del giorno. Buttare le giornate significa anche non fare, non scoprire, non vedere forse. Scoprire è un po' come tirare fuori da quella potenzialità infinita una cosa nei suoi dettagli e nelle sue particolarità. è forse anche fare ordine fra le idee, tentare di schematizzarle, di disegnarle, di renderle in una forma che sia il più vicina all'essere comprensibile.
Mi sono chiesta molte volte il perché le cose sembrano "normali", come per esempio una canzone (ma anche un corpo).
Ci devono essere per forza dei limiti entro i quali sta un prodotto musicale, il giudizio su di esso si deve basare su una scala lungo questi limiti, oltre che sui gusti (non voglio parlare adesso di gusti ma più che altro di come un brano si possa effettivamente riconoscere come brano).
Per fare due esempi "devianti" dall'ordinario, penso a Ligeti e ad Aphex Twin.
Rispetto alla musica classica, Ligeti si discosta moltissimo dalla musica classica che lo ha preceduto (attenzione al significato del verbo precedere): quando si ascolta un brano di Ligeti non si sta ascoltando niente di simile e mai si è ascoltato niente di simile. Lo stesso vale per Aphex Twin anche se il suo genere musicale è ancora più labile per via della sua più recente esistenza e della sua tradizione (l'elettronica, ma "elettronica" è troppo generico): fatto sta che se si ascolta un brano di Aphex Twin, non si capisce bene cosa si sta ascoltando. Non si capisce se si tratti di rumore o di ritmo, eppure, c'è un'armonia in quel rumore che sembra provenire da un corretto ed eccellente uso delle tecnologie utilizzate. E d'altra parte, Aphex Twin ha studiato ingegneria mentre Ligeti ha studiato sia teoricamente che effettivamente e praticamente la musica classica e il pianoforte. Per una scienza al servizio dell'arte e delle proprie idee questi due esseri umani non si sono accontentati della base musicale preconfezionata e pronta all'uso su cui suonare qualche nota, ma, al contrario, partendo dalla base - dal nulla, dall'ignoto - e però conoscendo, anche, quello che alla base c'è (nel caso dell'ingegneria) e che alla base c'è e c'è anche stato (la musica classica, più complesso il discorso per Ligeti) hanno rivoluzionato la musica in due modi molto diversi. L'hanno rivoluzionata perché hanno composto, fatto della musica che rispetta il concetto stesso di musica ma va oltre, la sfida nel senso che non la teme, non prova timore perché la loro conoscenza è tale da permettergli di creare all'interno del concetto di musica, sapendo molto bene di cosa si parla quando si parla di un insieme di conoscenze che combinate creano un qualcosa che ha o rimanda a un qualche significato universale, cioè non hanno scritto sopra qualcosa di già esistente (come per la musica popular), ma hanno proprio scritto dal nulla inserendosi nel loro tempo, scrivendo una musica completamente nuova e inusuale.
Eccoci di nuovo al discorso del limite che limita se stesso comprendendo tutto al suo interno.
Ma cosa c'è fuori dal limite?
C'è forse fuori dal limite quello che non si conosce? Per esempio, cos'è la follia? Al di là degli studi, al di là delle analisi, delle spiegazioni. La follia non si conosce, forse è proprio qualcosa che non si conosce. Penso che il punto cruciale sia che ciò che si considerava folle in un dato momento storico può, in un altro momento, non essere considerato tale. Perciò la follia non è che uno dei tanti escamotages per imbrigliare l'infinità di manifestazioni che ci troviamo davanti quotidianamente. Già il solo SAPERE dell'esistenza della follia ci induce a pensarla, a pensarla in mille e mille differenti modi, anche a seconda di come ne veniamo a conoscenza (ovviamente un dottore di un ospedale psichiatrico la considererà in un modo molto differente da uno studente al IV anno o da un impiegato di banca).
Cito da wikipedia:
"Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera sacra: il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.
Nel Medioevo invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo [...] e nel caso di insuccesso l'eliminazione fisica del folle.
Un'interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, [...] in quest'epoca il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero. Questa corrente di pensiero getterà le basi per la moderna fenomenologia [...] che influenzerà la psichiatria trasformandola in una disciplina di incontro con l'altro (il folle) per vivere insieme con il malato e comprenderlo.
Se nel Medioevo i folli rischiavano il rogo, ancora alla metà del Settecento erano detenuti nelle carceri, poiché mancavano le strutture sanitarie specifiche; [...]
Per quanto riguarda l'approccio terapeutico ai malati, solamente verso la fine del Settecento il medico chirurgo Tenon rivoluzionò la mentalità medica dell'epoca cercando di imporre il concetto di inviolabilità della persona umana e di libertà, seppur all'interno della struttura, distinguendo la terapia medica da quella solamente repressiva di tipo carcerario.  [...]

emersero due aspetti caratteristici: l'uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico (Inghilterra) [...] Nello stesso periodo in Francia si impose una visione laica nella gestione dei malati di mente [...]

In tempi più recenti, dall'Ottocento in poi, emerse la visione, influenzata dal Positivismo, del folle come "macchina rotta", ovverosia lesionata nel cervello.
[...]
Nel Novecento Freud e Jung mutarono nuovamente la storia del folle e del significato della follia.
[...]
Le tragedie greche e shakesperiane mettono in scena, talvolta, le follie vere o presunte di esseri umani schiacciati dalle forti emozioni oltre che dal destino.
________________________________________

Primo: già il fatto che nel processo storico cambi così radicalmente dall'essere un fatto accettabile e curioso all'essere completa devianza che va curata. I suoi metodi punitivi vanno dal rogo alla prigione all'ospedale; il che induce a pensare.

Molto tempo fa non esisteva il fuoco. Si è scoperto il fuoco e sono nate le comunità, le religioni, le congregazioni, l'elettricità e le industrie. Oggi chi non ha luce non ha una casa ed è costretto a vivere in luoghi che non sono adibiti alla "vita", questo perché a loro manca quel po' di elettricità che li renderebbe proprietari di qualcosa, di un tetto sotto il quale mangiare e accendere la televisione. Se ne vedono pochi, stanno nascosti perchè si vergognano qui in occidente a farsi vedere. perché sarebbero diversi e perciò visti diversamente, perché in occidente tutti hanno, o dovrebbero avere per essere persone rispettabili un lavoro e quindi del denaro (e/o viceversa?). Ma la rispettabilità di una persona non si misura a partire dal denaro, e sappiamo troppo bene che ci sono persone che sarebbero veramente poco da rispettare ma sono così enormemente ricche che diventa impossibile non rispettarle, perché anche queste si vedono poco, e non perchè si vergognano della loro ricchezza e rispettabilità, ma perché hanno una sorta di mondo parallelo costruito appositamente per loro che tocca quello di tutti solo in pochi punti e attraverso pochi mezzi (soprattutto di comunicazione - e di manipolazione).
Non faccio il tifo per nessuno. sono del parere che i poveri dovrebbero poter lavorare, e chi si può permettere di diventare ricco dovrebbe agire nel rispetto di quello che si trova a vivere evitando di farsi risucchiare dai buchi neri delle falsità per trarre profitti e vantaggi.



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tuttoquadra
16 mar, '10, 11:01 p.
"il potere che cercava
il nostro umore
mentre uccideva
nel nome di un dio

nel nome di un dio
uccideva un uomo
nel nome di quel dio
si assolse poi
poi chiamò dio
poi chiamò dio
poi chiamò dio quell'uomo
e nel suo nome
nuovo nome
altri uomini
altri
altri uomini
UCCISE.

Non voglio pensarti figlio di dio
ma figlio dell'uomo fratello anche mio

ancora una volta
abbracciamo la fede
che insegna ad avere
ad avere il diritto
al perdono

perdono

sul male commesso
nel nome di un dio
che il male non volle,
il male non volle finché
restò uomo.

non posso pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello anche mio.

qualcuno
qualcuno
tentò di imitarlo

se non riuscì
fu scusato
anche lui perdonato

"perchè non si imita
imita un dio
un dio va temuto e lodato
lodato


LAUDATE HOMINEM
no
non devo pensarti figlio di dio ma figlio dell'uomo
fratello anche mio
ma figlio dell'uomo
fratello anche mio.
laudate hominem"
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tuttoquadra
16 mar, '10, 5:11 p.


sei una buonannulla, non vali niente, non sei utile a nessuno, sai solo mettere in piedi un casino che non finisce mai, perché in realtà quello che ti importa non è risolvere le questioni, è proprio il fare casino, il problematizzare tutto. non servi a niente, e hai perso tutti e tutti quelli che ti circondavano. perché dovevano stare alle tue regole, altrimenti non potevano capirti. e adesso, quei pochi che ti sono rimasti e che ancora ti compaiono davanti ti passa ancora per la testa di fare quello che hai sempre fatto con tutti.
mangia, mangia pure. ingozzati, tanto non serve a niente. il cibo da felicità solo se la si vuole, la felicità. e tu non mi sembri molto dell'idea di volerla, perchè poi ti fa male la pancia e sei triste, e non vuoi che ti faccia male la pancia, vorresti solo che il cibo ti potesse riempire ma non hai capito. non hai capito niente, e adesso che sai fare tutto quello che ti viene chiesto ma non sai trarne godimento, adesso, come la mettiamo?

ti chiedo, come la mettiamo?

hai imparato che non puoi cercare gli altri in eterno se loro non ti cercano. perché se loro non ti chiamano un motivo ci sarà. e può anche darsi che non ti chiamano non perché non ti vogliono vedere, ma perché hanno di meglio da fare. eppure, qual è la differenza? Tu vorresti che loro ti chiamassero, sti cazzi se è per questo o per quest'altro motivo che non lo fanno. tu vorresti semplicemente che ti chiamassero. ma non lo fanno e non sei contenta e ti frustri, e chissenefrega, e vaffanculo. bla bla bla, e intanto perdi tempo, tempo prezioso che se va.


ti guardi allo specchio e ti fai schifo. vai in giro e ti fa schifo. ma vaffanculo. non è possibile, ti piangi addosso. devi smetterla con queste chiacchiere. devi fare qualcosa che faccia stare bene e nessun altro. perché ogni giorno è come un altro e non ci sarà nessuno.  Leggi tutto…
tuttoquadra
15 mar, '10, 2:02 p.

<<Ognuno segue la sua via nel destino - ma è così che va - immaginando il suo cammino - e quello che sarà - nelle strade, nelle case, notti d'estate, finestre ancora illuminate - e yo: cercando gli angoli nascosti, gli attimi rimasti, in più qualsiasi cosa che non basti conti in sospeso con la sorte a volte storie vanno storte a volte - sono solo porte dietro porte. Ma tutto resta uguale e tutto cambierà, è un altro giorno per vedere che ci porterà yo
tutto il resto è uguale tutto cambierà è un altro giorno per scoprire cosa resterà
forse domani sarà meglio
e yo no domani sarà peggio
na domani sarà come oggi solo di passaggio
e se domani sarà meglio
e se domani sarà peggio
domani sarà solo di passaggio! tutto può succedere - mai dire mai - storie da non credere - mai dire mai - di fisso già so - già sai - qua sto - qua stai - già da mo', strani viaggi che fai - tutto può succedere - mai dire mai - non è sempre facile - mai dire mai - di fisso già so - già sai - qua sto - qua stai - già da mo' strani viaggi.>>

(uno nove nove otto)


Forse dovrei preoccuparmi perché è già la seconda volta che ti sogno insieme a me. Come se ti conoscessi da tutto il tempo, da un tempo che non ha ore né minuti.
In un libro che sto leggendo si racconta che di notte le femmine parlano inconsciamente e inconsciamente emettono un lamento, mentre filano lunghe bave dalle mucose, aspettando qualcuno di ignoto che non le svegli e entri delicatamente in un sogno già in svolgimento.
è un'immagine molto dolce. scrive anche, che le femmine, sapendo che tutto è un nulla, socchiudono gli occhi, reclinano il capo ed emettono spontaneamente un lamento ininterrotto, come un pianto.
Stanotte ho sognato che perdevo tutti i denti e me ne vergognavo molto, allora cercavo di rincastrarmeli nelle gengive ed ero molto triste perché dovevo starci molto attenta dal momento che continuavano a ballarmi dentro. però a un tratto arrivavi tu e ci baciavamo, e baciandoti mi dimenticavo di tutto e mi perdevo dentro di te.
forse tu questa cosa non riesci nemmeno a immaginarla, ma ti garantisco che se solo potessi farlo io te lo racconterei e ti racconterei anche di quanto è stato bello sentirti insieme a me.  Leggi tutto…
tuttoquadra
15 mar, '10, 1:06 p.
Quando arriva la primavera
tutti escono,
perché c'è il sole ed è piacevole
sentire la pelle che si intiepidisce
al contatto.
ti metti gli occhiali da sole e non sei
fuori luogo anche perché
sono tutti molto più socievoli e
predisposti alla compagnia e
agli sguardi.

Quando arriva la primavera
si ha voglia di ballare e avere sempre
la musica attorno, la musica non rappresenta
un fastidio per i più lamentosi piace
anche a loro aprire le finestre e sentirla.
Si sta più attenti, perché le cose vengono
illuminate da una luce diversa, più brillante e
luminosa e chiara e calda.

Quando arriva la primavera
è bello svegliarsi anche alle sette, e questo
perché alle sette il sole sta sorgendo dopo
mesi che sorge al buio.  Leggi tutto…
tuttoquadra
15 mar, '10, 1:56 m.
Impossibile perderci.
Mi viene da pensare alle formalità. Noi possiamo "prendere" tutte le "posizioni" che riteniamo opportune nei nostri confronti. Ma se oggi ti devo pensare, ti penso in assoluto, cioè, senza ritenere fondamentali nel tuo carattere le posizioni in cui temporaneamente ti vedo. Tu per me sei speciale, e una determinata posizione, che può essere sia nel caso positiva o negativa, vuole essere solo un modo preciso di farti capire qualcosa. Io non voglio male a te, voglio male alla situazione, se c'è qualcosa che non va lo esprimo in modi che possono ledere anche la mia persona e la mia incolumità. Per me tu, essendo molto importante, cambi. E quando ti vedo cambiare, e allontanarti, o diversificarti da quello che per me tu sei, mi spavento e reagisco sinceramente. E non sto affatto bene. Può non dipendere direttamente da te, ma constatando che tu non capisci il mio stare io mi sento fuori luogo e tutto perde importanza. non ti voglio perdere, non lo vorrei mai. Ma non voglio nemmeno che sia tu a perdermi trovandoti di punto in bianco una persona nuova e diversa, sia in positivo che in negativo davanti a te. Sei stata tu stessa a dirmelo tempo fa, quando mi hai detto che <<le cose vanno spiegate>>. è un grande consiglio questo che mi hai dato, sul quale faccio affidamento quotidianamente e sul quale sto sempre molto attenta. perché penso di aver sperimentato direttamente sulla mia pelle cosa può voler dire non spiegare ciò che si pensa agli altri: non solo significa perderli, ma anche perdere se stessi: non riflessivamente, ma transitivamente, come se, per esempio in questo che ho detto, il "se stessi" fosse il complemento oggetto staccato dal verbo, come se non ci si fosse (riflessivo) mai visti, e ad un tratto invece si prendesse coscienza. ma se stessi vuol dire anche tutto il resto, per forza. e da qui, è fondamentale, dovuto, importante, dovrebbe essere fonte di piacere e di auto appagamento, di appagamento e godimento, spiegare agli altri qualcosa che teoricamente dovrebbe riguardare anche loro.
spiegare è in definitiva un modo autentico per sentirsi in pace con se stessi, perché definisce i confini ma non è detto che innalzi muri. perché permette di spiegare non solo a chi non sa ma anche a chi sa, cioè a chi sta spiegando, aiuta a fare ordine tra i pensieri, anche se questi possono già di per sé avere una logica intrinseca.
ma questo sei stata tu a spiegarmelo, in un solo accenno di frase, nel tempo mi hai illuminata. e io non posso fare finta che tu non mi abbia fatto del bene, anche se i miei intenti non erano intenzionalmente malsani sei stata casualmente tu a farmi rendere conto che potevano esserlo. e io per questo devo dirti
grazie
con tutto il cuore.
dopo questa <<spiegazione>> potrei pensare che è molto più facile perdersi per causa propria più che per causa altrui.

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tuttoquadra
13 mar, '10, 11:16 p.
Casuale

Mi hanno detto, una volta, che tutto è casuale. Non che le intenzioni non siano premeditate. a meno che non si ricreino le condizioni perfette per farle accadere, esse non potranno liberamente succedere, perché ci sarà, comunque, un impedimento di qualche circostanza che non permetterà alle intenzioni di concretizzarsi così come le si hanno premeditate.
E l'intenzione si manifesta proprio in questo frangente: quando non la si può rendere realtà. Ovvero: quando ci sono una serie di impedimenti, o avvenimenti presunti tali, che non rendono favorevoli le condizioni per il manifestarsi di tali intenzionalità. Intendo dire, quando la persona intenzionata si trova in una situazione sfavorevole e perciò lotta o comunque fa di tutto per renderla favorevole e in quel preciso momento manifesta tutto quello che sta dietro alla sia intenzionalità: perciò amore, o in altri casi antipatia, astio, fastidio. In ogni situazione probabilmente questo si manifesta, essendo l'uomo cosciente, però personalmente io me ne sono accorgo solo quando viene fuori solo il peggio di me. L'intenzionalità è in definitiva e in direttissima una cosa molto difficile sia da gestire, che da controllare, che da capire.
Quando una persona è totalmente - intenzionalmente cosciente di sé mai, e dico mai, riuscirà a farsi capire.
la vera intenzionalità è distruggere la casualità data dalla totalità.
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tuttoquadra
12 mar, '10, 9:13 p.
....
Ma nella città bassa si ha voglia di tutto tranne che di carnevale, e quello era un residuo, portato da chissà dove e destinato a smorzarsi.
Questo trombettista di cui ho visto l'arrivo, l'ho poi spesso incontrato per strada; era sempre triste e accigliato. L'ho visto in particolare seduto su un gradino di via Mistichelli, con la trombetta in bocca accennare impercettibilmente il motivo della mazurka, ma senza più smania di vivere addosso.
....

Voleva suonare questo trombettista, e ballare, ballare con tutti quelli che gli capitassero a tiro. Ma tutti di lui si stancavano inesorabilmente, nessuno aveva nessuna voglia di parlare con lui. Poveraccio.
Mi ricorda qualcuno, che se non si fa come vuole lui sono cazzi tuoi e ti devi arrangiare. Poi lo incontri in questo stato, senza più smania di vivere addosso, non magari non seduto sui gradini, ma sempre con quell'aria di chi ce l'ha ma non ce l'avrebbe se solo tu ci stessi con quello che vuole fare lui.
Così, starci così, ad occhio e croce, così perchè è lui a chiedertelo, non lo fa per te. Lo fa per sé. E se dici qualcosa rischi pure che non gli piaccia. Farà di tutto per portarti con se, verso quello che vuole lui. Non è possibile che tu, con un colpo di coda, con un'inversione, con una finta o più semplicemente con una dichiarazione riuscirai a fargli capire qualcosa. Non c'è possibilità, porta solo a un problema.

Mi dispiace

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tuttoquadra
11 mar, '10, 9:30 p.
Se proprio devo - ma non devo proprio, è che proprio c'è, lo sento - allora parlerò.

Molte sono le cose che vorrei fare, molte sono le cose che vorrei esistessero perché mi farebbero sentire a casa, farebbero sì che io mi sentissi "normale" rispetto ai miei interlocutori, che non mi sentissi agitata, dispersiva, inconcludente, vorrei che quel velo che c'è quando io parlo, velo fatto di cose futili e volatili, fatto di cose che non si riferiscono direttamente al principio sotteso alle mie azioni, cioè.

Cioè, il principio sotteso alle mie azioni non è di per sé importante, ma identifica tutto quello che dico dalla base. La base è importante se si ha la volontà di capire un discorso - è più che importante, è fondamentale. Tutto quello che si fa quando si assumono comportamenti e si dicono cose in fondo che cosa è? Non è altro che confermare il suddetto principio, cercare di convalidarlo e perché no, forse anche di obliterarlo.

Quando si cerca, quando in ogni modo si prova e oserei dire "si lotta" per qualcosa che si ritiene giusto, per qualcosa che si ritiene valido e originario per se stessi, e che poi si ottiene con sforzi di vario genere e, una volta ottenuto, lo si eleva a caratteristica propria: QUI giace l'inizio dei problemi.

Da quella volta in cui un dato qualcosa viene "debellato" - per esempio, se mi da fastidio qualcosa io faccio di tutto perché questa cosa cessi di infastidirmi, facendola mia in modo da allontanarla dai miei affari - inizia tutta una auto-riflessione che con il tempo e l'umore prende varie forme, e questo perché quella cosa non è più affatto imputabile a nessun altro all'infuori di se stessi. Chiaramente, se ego ha voluto che una tal cosa non gli dovesse più dare fastidio, allora significa che nel momento in cui questa cosa si manifesterà la colpa non potrà essere più di nessuno se non dell'ego in questione.
è qui che un ego comincia a chiedersi, "ma DOVE ho sbagliato?", oppure, "MA STO sbagliando, per caso?" "e per caso, è dovuto a questo il mio sbaglio? A questa cosa per cui ho lottato? Cosa c'è stato di sbagliato nella mia lotta?"

Una lotta per essere valida deve avere motivi che siano altrettanto validi. Ma l'essere umano ha come sua principale peculiarità quella di essere un molteplice in una totalità totalmente e singolarmente molteplice. Da qui il fatto che quando si compie un'azione può anche accadere che questa azione, questa meglio dire presa di posizione non comprenda veramente ogni cosa, non sia compiuta nel rispetto di tutto ciò in cui si crede o spera. Di qui i "rimorsi", i "rimpianti", che ci fanno crescere (ma in un certo modo). La purezza è pressoché inarrivabile in una tale situazione.

IO non mi sono mai confessata perché non sono mai stata battezzata. Non ho mai rinunciato a tutto perché mi sono sempre sentita in una condizione di bisogno. "Ho bisogno di questo, poi di quello, mi faccio il programma di quello di cui ho e non ho bisogno e poi lo seguo nel dettaglio". Nel migliore dei casi, questo. Nel peggiore, allora, "ho bisogno di questo perché non c'è nemmeno un perché, ti pare".

COME SE NIENTE FOSSE.

E viene da sé che avere tutta questa libertà non giova né allo spirito né al corpo. Non avere limiti, già dal carattere, fino al libero arbitrio. Ti svegli un giorno senza sapere chi sei, cosa fai, perché lo fai e perché le basi su cui lo fai sono fatte così.
Perché sei condannato ad avere un immagine diversa per ognuno e quell'ognuno ha un'immagine ai tuoi occhi che differisce da quella che lui sente di presentarti.
Quello che mi opprime in certi casi è proprio questo: il silenzio a cui vengo "relegata", "esiliata", per cause completamente spazio-temporali e sociali, il modo in cui vengo o non vengo capita, che fa lo stesso dal momento che le lancette continuano imperterrite a scorrere senza lasciare il segno perché girano sempre la solita curva. I momenti belli sono quelli in cui un momento ha un nome, un ricordo speciale e un pensiero dedicato ad esso. I momenti brutti the same, ma non è bello ricordarseli.
Siamo fatti di entrambe le cose, inscindibili da esse perché anche se volessimo scinderci loro ci chiamerebbero "a-sociali". Perciò o accetti di essere un asociale o decidi di essere un motivator, un uomo di mondo, un intrattenitore. La via di mezzo è l'amore o l'amicizia: lì quello che fai nessuno lo vede come una caratteristica individuale ma come un modo di comunicare, come un media. Se poi c'è fiducia ancora di più: sarò certo più portato a crederti che a diffidare di te. Quando sei solo invece, e siamo tutti soli, dalla nascita alla morte che sono i due veri punti cardinali da cui e verso i quali ci stiamo dirigendo, noi siamo soli, incontrando tanti altri soli soli come noi soli che incontriamo. Quando non è possibile conoscerci non lo facciamo, quando le contingenze lo permettono ben venga. Poi possiamo farne tutto quello che vogliamo di questi rapporti, volendo potremmo anche uscire dagli schemi e dalle contingenze, se ne sentissimo il reale bisogno. Ma un reale bisogno per forza chiama un reale "feeling" - vale a dire una situazione inconsueta non lo è ma al contrario è naturale e spontanea.

Vorrei parlare ancora. Ma quello che mi succede non è volere andarmene, ma sentire la necessità di staccarmi un attimo dalle cose per vederle in modo confuso per vedere se ho frainteso, se ho frainteso qualcosa di essenziale o non. Vorrei tanto saperlo dire prima, è tanto il principio che sta alla base di quello che ho scritto.
Obiezioni sono bene accette per chiunque passi di qui e legga
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tuttoquadra
10 mar, '10, 5:19 p.
ti rendi conto di tutte le varie differenze e un po' ti senti pure magari un po' boriosa, spocchiosa, leggermente sdolcinata e insopportabile. ma soprattutto è la stanchezza a pervadere, mi sento davvero molto stanca oggi.

capisco

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tuttoquadra
10 mar, '10, 12:33 m.
lancette d'orologio, io vi odio
specialmente se è quasi mattina,
mi rinfacciate sempre qualche cosa

io al contrario vi farei girare

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tuttoquadra
4 mar, '10, 12:55 m.
IF YOU'LL BEHAVE I'LL INTRODUCE YOU I KNOW ANYTHING OR SOMETHING JUST NOTHING NOT DOING MEANINGLESS YOU CAN HAVE ME DEALING  Leggi tutto…
tuttoquadra
19 feb, '10, 3:28 p.
vorrei che fosse sempre così, le cose sembrano funzionare, non c'è perciò molto da dire...  Leggi tutto…
tuttoquadra
7 feb, '10, 4:24 p.
abbandonato all'ennesima via di fuga verso il supermercato nel quale si stava addentrando sospettosamente e silenziosamente, tutt'a un tratto un fugace pensiero lo percorse di quel giorno in cui aveva letto su quel foglio di un professore o studente di biologia che viveva su un pianeta spaccato in due. voleva i suoi genitori, la sua famiglia e tutto il resto. non era mai stato così importante. forse aveva trovato ciò che aveva perso, forse non si ricordava nemmeno ciò che cercava. saluti  Leggi tutto…
tuttoquadra
1 feb, '10, 2:42 m.
ehm
non saprei

sapete che dire? farmi fare  Leggi tutto…
tuttoquadra
30 gen, '10, 1:14 p.
...don't get any
Big Ideas, they're not
going to happen...

You paint yourself white
and fill up with noise
there'll be something missing

Now that you found it
is gone
Now that you feel it, you don't
It's gone forever.

So
don't get any Big Ideas,
they're not going to happen.

You'll go to hell
for what your dirty mind
is thinking.
vorrei ma non posso
mi chiedo come
non c'è spiegazione
è solo un rimestare
fra i sentimenti di un tempo e la quotidianità
mi resta altro che sperare
vorrei ma non posso
sganciarmi dalle catene
non è tempo
è tempo di mele
vorrei ma non posso

non tornerà
 Leggi tutto…
tuttoquadra
20 gen, '10, 3:41 p.
<< THOSE

WHO CANNOT REMEMBER

THE PAST ARE

CONDEMNED TO

REPEAT IT >>
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tuttoquadra
19 gen, '10, 2:52 m.
tutto ciò che possiedo davvero non lo conosco. Conosco solamente ciò che so possedere, quello che riesco a rendere esplicito agli altri e a me stessa. Quello che non conosco non so.
"Draw what you see not what you know": questo è diverso, questo è molto diverso.
Ti affranca da ciò che sai per consacrare proprio ciò che sai in ciò che vedi spontaneamente.
Non importa l'identità di una persona nel momento in cui tu vuoi che quella persona ti capisca, nel momento in cui vuoi che questa persona stia bene e in pace, nel momento in cui sai che quella persona ti sta capendo significa che ti stai spiegando al meglio. che tu sappia, o che tu non sappia, o che tu veda. non c'è nient'altro da sapere, ma noi già sappiamo che questo on basta. questo è solo l'inizio della storia.
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tuttoquadra
19 gen, '10, 2:46 m.
He "touches down" earth so that we can take off to his high heavens.
He "demotes" himself to our level so as to "promote" us to his level.
He "descends" leaving his high pedestal to help us living our mundane existence and "ascend" unto him.
He "steps down" so that we may "step up".
He humbles himself to teach us realize how humble we really are.
He manifests himself in "ridiculous" forms like fish, tortoise, boar, half-lion, dwarf ect to appera to ous "ridiculous perceptions" and help us to "sublimate" our lives.

The Impersonal Absolute God descends as it were to the level of our mundane universe and makes his presence felt. The perfect God takes on, it seems, an imperfection in itself to appear as a living being in order to take us imperfect beings on the onward path to perfection.
So, whenever an event takes place, the people of that time who had the beatific experience of God's proximate presence worshipped him as God incarnate.
These Avataars are the closest approximation to the divinity for us, who cannot see him in ourselves.

He "lowers" himself in order to "lift" us up.
He "stoops" to our level so that we might "clasps" his hands.
He "debases" himself in an attempt to "ennoble" us.
He enters "our homes" to make us feel "at home" with him.
He "condescens" to make us feel "worthy" of him.
 Leggi tutto…
tuttoquadra
16 gen, '10, 5:07 p.
[....]
nell'indifferenza che la tecnica impone alla terra
(allorchè la sorveglia e la controlla dall'alto di un satellite)
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tuttoquadra
12 gen, '10, 5:55 p.
"Visione" esprimeva in origine la relazione con l'oggetto desiderato, relazione visiva in primo luogo. Ma eidos, la cosa veduta, diventa la forma chiusa che fa della figura una cosa assoluta, che esclude la relazione. [...]
Nel Novecento la forma incontra il suo limite, viene cioè negata. Il primo a dirlo è stato Bergson nell'Evoluzione creativa (1907). <<Ora, la vita è un'evoluzione. Noi concentriamo un periodo di questa evoluzione in un aspetto stabile che chiamiamo forma, e quando il cambiamento è divenuto abbastanza rilevante da sconfiggere la beata inerzia della nostra percezione, diciamo che il corpo ha cambiato forma. In realtà, però, il corpo cambia forma in ogni momento. O meglio, non esiste forma, in quanto la forma attiene a ciò che è immobile, mentre la realtà è in movimento. Reale è soltanto il cambiamento continuo di forma>>. Solo l'eidos, l'idea, riassume in sé la qualità, la forma e il disegno: è la <<veduta stabile presa sull'instabilità delle cose>>.
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tuttoquadra
11 gen, '10, 2:58 m.
The Draughtsman  Leggi tutto…
tuttoquadra
10 gen, '10, 3:14 m.
ti piace che tutto ti giri intorno
e invece le persone hanno ben altro a cui pensare
ad eccezione di tua madre
Sì, le cose stanno così
non puoi
nè mai potrai
farci nulla, non cambiarle
cambiano già da sole
senza il tuo aiuto
ora, se vuoi scusarmi
devo andare al bagno.



 Leggi tutto…
tuttoquadra
8 gen, '10, 10:41 p.
WELL someone told me yesterday
that when you show your love away
you act as if you just don't care,
you look as if you're going somewhere.

But I just can't convince myself
I couldn't live with no one else
and I can only play that part
and sit and nurse my broken heart

So lonely so lonely so lonely
So lonely so lonely so lonely
So lonely so lonely so lonely

NOW no one's knocked upon my door
for a thousand years or more.
All made up and nowhere to go
"Welcome to this one man show!"
Just take a seat they're always free
No surprise no mistery
In this theatre that I call my soul
I always play the starring role

So lonely.
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tuttoquadra
8 gen, '10, 2:12 m.
WILD AT HEART

che dolcissima porcata da maestri
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tuttoquadra
6 gen, '10, 11:35 p.
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tuttoquadra
5 gen, '10, 3:40 m.
Two jumps in a week
I bet you think that's pretty clever don't you boy

Flying on your motorcycle, watching all the ground beneath you drop.
You'd kill yourself for recognition
kill yourself to never ever stop.
You broke another mirror
you're turning into something you are not...
...
don't leave me high
don't leave me dry
don't leave me high...

don't leave me dry.

Drying up in conversation
you will be the one who cannot talk.
All your insides fall to pieces
you just sit there wishing you could still make love

They're the ones who'll hate you when you think you've got the world
all sussed out

They're the ones who'll spit at you,
you will be the one screaming out

don't leave me high
don't leave me dry
don't leave me high
don't leave me dry

It's the best thing that you've ever had,
the best thing that you've ever, ever had.
It's the best thing that you've ever had;
the best thing you've had has gone away.

Don't leave me high, don't leave me dry
Don't leave me high, don't leave me dry
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tuttoquadra
3 gen, '10, 2:30 p.
swallow - inghiottire
swallow - rondine
swallow - sorso
swallow - tenere dentro
swallow - avviluppare
swallow - deglutire, mandare giù (also fig.), ingoiare
swallow - (something unpleasant - critica) incassare
swallow the bait - tranello: cascarci

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tuttoquadra
3 gen, '10, 9:10 m.
Ho impiegato all'incirca dieci minuti per capire che teoricamente nessuno si è infiltrato nel mio blog scrivendo i tre post del 30 dicembre. non mi ricordavo che avevo scritto quei tre post e tutto mi sembrava una specie di oracolo, del tipo "cavolo ma non è possibile che qualcuno abbia scritto sul mio blog  proprio quelle cose" - "tremendo, chi l'avrebbe mai detto che qualcuno carpisse così a fondo come mi sento?" - in realtà, quelle cose, anche se non ricordo di averlo fatto, le ho scritte io. penso proprio di essere stata io, anche se non ricordo affatto di avere ascoltato e trascritto il testo delle "Passanti" di De André, né di avere constatato che l'unica cosa vera erano le due, né di aver fatto riferimento ad un verso di una canzone di stokka & madbuddy; ma, sì, diciamo che ascolto quelle canzoni e non mi suonerebbe strano trascriverle, quello che mi suona strano è che proprio non ricordo di averlo fatto. comunque, buon anno nuovo, duemila e dieci, anche se graficamente suonerebbe meglio chiamarlo venti dieci.
forse credo nella reincarnazione.
  Leggi tutto…
tuttoquadra
30 dic, '09, 3:05 m.
aggiorna il calendario
oggi non è l'oggi che intendi
cose che succedono non reagisci non ci sbatti addosso
non sbatti addosso a niente perchè per niente ne vale la pena.

distribuisci i numeri lungo la tua strada, loro sono l'unica cosa che ti importa.
ormai non ti importa più di scrivere di cose che ti accadono,
se non accadono a te e agli altri non ti piace

quello che ho detto ha lo specchio prima che l'ho frantumato.
non ha senso.
cosa ci posso fare
posso solo andare avanti ma da sola.
 Leggi tutto…
tuttoquadra
30 dic, '09, 3:00 m.
l'unica cosa vera è che
sono le due.

le due
sono l'unica cosa vera adesso.
  Leggi tutto…
tuttoquadra
30 dic, '09, 2:59 m.
...allora nei momenti di
solitudine
quando il rimpianto diventa
abitudine

...una maniera
di viversi insieme

si piangono le labbra assenti
di tutte
le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere.

purtroppo è così
uno cosa vuoi una cosa non hai
e non sarebbe lo stesso se l'avessi
quella cosa, quella cosa che non ha davvero
nome indirizzo o numero di telefono.
ti basti da solo, eppure....
preferiresti crogiolarti in tutto quello di cui non hai bisogno
tutto quello che non hai mai sognato
quello che non hai mai dessiderato

vorrei distruggermi
fino al momento di rendermi conto che qualcosa ho
non che continuo ad avere qualcosa che vorrei avere.
vorrei, vorrei ma non posso, dimentico.

 Leggi tutto…
tuttoquadra
27 dic, '09, 10:58 p.
che c'è da dire
non so mi hai rovinato l'esistenza in questi giorni
mi hai fatto preoccupare come un'idiota, un'idiota vera
adesso son qua a scrivere di quello che sarebbe potuto succedere e non è successo.
essere concreti è molto meno spiazzante ma, se quello che si fa non è concreto tutto comincia seriamente a complicarsi.
concretamente le cose si potrebbero dire in una sola frase, mentre astrattamente possono e riescono a venire espresse ed essere evocate per mezzo di qualsiasi cosa, per mezzo di qualsiasi evento.

ho sempre cercato qualcosa che durasse per sempre. l'ho cercato nelle persone, l'ho cercato in me stessa, mi ha dato sempre molti problemi farlo. mi ha sempre dato un grande malessere, sì, un malessere esistenziale, che ha sempre portato a fare di me qualcuno che gli altri non riconoscevano come me medesima. se solo potessi parlare, sarebbe tutta un'altra storia.
non che io voglia e abbia lo spregiudicato bisogno di parlare, ma vorrei solo conversare con qualcuno fino a notte inoltrata, rendendoci partecipi di qualcosa che non siamo soli a considerare.
dannazione se questo è ciò che sento, perchè mi viene negata la possibilità di farlo?
 Leggi tutto…
tuttoquadra
25 dic, '09, 3:52 p.
Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, / ha creato l'uomo da un grumo di sangue! / Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, / Colui che ha insegnato l'uso del calamo, / ha insegnato all'uomo quello che non sapeva.  Leggi tutto…
tuttoquadra
24 dic, '09, 8:32 p.
Show me Forgiveness for having lost faith in myself and let my own interior up to inferior forces the shame is endless but if soon starts forgiveness the girl might live  Leggi tutto…
tuttoquadra
24 dic, '09, 2:31 m.
....come andare al bagno troppo tardi. adesso non riesco più a farla.  Leggi tutto…
tuttoquadra
24 dic, '09, 2:15 m.
il fatto mi chiedo se sia una questione di accumulazioni oppure di istintaneità. ovvero, se sia una serie di cose sulle quali si rimugina, oppure se sia qualcosa di cui ci si rende conto solo nel momento in cui la si fa. Penso la seconda, comunque. A meno che uno non sia uno scrittore fallito, un po' come me. il concetto però è denso e polilaterale.  Leggi tutto…
tuttoquadra
22 dic, '09, 7:47 p.
tu non scrivi mai niente
per me per ciò che rappresento
se solo tu fossi almeno in grado di rappresentare qualcosa, te ne sarei coscientemente grata

oltre a ciò, anche se scrivessi qualcosa, non oseresti nemmeno attribuirlo a me, preferiresti farti maledire.
 Leggi tutto…
tuttoquadra
12 dic, '09, 12:48 p.
sogno delle 6 di mattina del dodici dicembre
ero andata in montagna per un qualche tipo di affare per la scuola. ero con mia nonna e degli altri amici.
Il punto è che da un po' di tempo a questa parte leggevo una rivista, sempre accompagnata da un piccione a cui ero sia anche abbastanza affezionata e che pure però mi infastidiva. Questo piccione mi stava molto addosso. sulla rivista io leggevo quella volta in particolare un articolo accompagnato da un'immagine.
Una sera stava appunto leggendo questo articolo quando, scorrendo fra le parole dell'articolo - quel giorno ero molto confusa, avevo anche fatto una dispetto a una persona che aveva a che fare con la doccia, poi era tornata E. con una sua amica dei caraibi - e stavo leggendo quando ad un tratto ho letto una frase molto simile a "e così il piccione muore".
Ho alzato la testa e gli occhi dalla rivista e c'era il piccione che mi guardava, inferocito, gonfiato, con le piume arruffate e gli occhi gialli come quelli di un umano, un gatto o un gufo. mi guardava incarognito e mi è letteralmente volato addosso, contro la rivista che avevo tra le mani e con il becco l'ha presa, distrutta, lacerata con tutto se stesso.
ero sulla poltrona di mia nonna, e sul divano c'era anche lei che mi diceva di non farci caso.
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tuttoquadra
12 dic, '09, 12:26 m.
sono persa nelle contingenze del periodo storico nel quale vivo.
non è vero che io sono quello che gli altri vedono di me, io sono qualcos'altro. qualcos'altro.

non è vero che sono meglio, non è vero che sono peggio. non è vero che sono più intelligente, o più ispirata, o più intuitiva. non è vero dal momento che sono un essere umano come tutti gli altri.
come tutti loro devo affacciarmi ogni giorno in una realtà che di mio non ha niente se non il fatto che per forza devo farne parte.
ho perso molto tempo in questi ultimi anni, soprattutto a crogiolarmi nel mio essere speciale. ma non c'è molto da fare nemmeno quando si è speciali. non voglio negare di esserlo, voglio solo dire però che non è che se si è speciali si ha una vita diversa: le cose vanno sempre affrontate, e questo è, non c'è niente di speciale che possa impedire di farlo.

In più ci sono dei bisogni da soddisfare che sono tutti umani. ci sono delle relazioni personali che non possono naturalmente coincidere con le impulsive intenzionalità di ciascuna creatura.
quando bisogna far capire agli altri qualcosa di proprio non ci sono imposizioni
.
bisogna assommare tutte le conoscenze e renderle esplicitamente comprensibili in concetti e forme. questo non può esistere molto facilmente, è anzi al contrario molto, molto difficile.
sembra banale, o comunque non ha nessun effetto speciale.
il fatto è che le persone in generale non capiscono certi comportamenti.

Galileo Galilei ha abdicato.
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tuttoquadra
9 dic, '09, 1:30 m.
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 You see a man's face, but you don't see his heart.....................................................
..........................................................
 
You see a man's face.... But you will never know his thoughts...................................................... 
Everywhere you go............. there's a man to say love.
Never neither
never neither

Take it to heart...................................................................
.......................................
 for your heart is your heart.......... 
and your thoughts is your thoughts........................
 

............................................Never mix love with hatred

You see a man's face, you will never see his heart........
 

You see a man's face,

but you will never know his thoughts..........
 

You see a man's face,
you will never know his thoughts.
you see a man's face


(massive attack - Exchange)
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tuttoquadra
5 dic, '09, 7:20 p.
PROBLEM - CHOICE - APPROACH - PROCEDURE / PROBLEM - CHOICE - APPROACH - PROCEDURE / PROBLEM - CHOICE - APPROACH - PROCEDURE / PROBLEM - CHOICE - APPROACH - PROCEDURE /  Leggi tutto…
tuttoquadra
5 dic, '09, 6:57 p.
A SECONDA DELLA PAROLA SU CUI TI SOFFERMI,
OTTERRAI UN SENSO OGNI VOLTA DIVERSO PER LA MEDESIMA FRASE.
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tuttoquadra
5 dic, '09, 6:49 p.

ELABORATION AND CLARIFICATION ELABORATION AND CLARIFICATION ELABORATION AND CLARIFICATION ELABORATION AND CLARIFICATION
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tuttoquadra
5 dic, '09, 5:59 p.

BLUR AND BARE BLUR AND BARE BLUR AND BARE
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tuttoquadra
4 dic, '09, 7:19 p.
Riferito NON dedicato

AMBASCIATOR NON PORTA PENA

ho rovinato un sogno d'amore

claudio
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tuttoquadra
1 dic, '09, 1:30 p.
I gatti hanno 7 vite io ne ho solo due,
non voglio camminare su un tappeto rosso inzuppato di pioggia.
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tuttoquadra
29 nov, '09, 8:07 p.
ci sono due cose che arrivano dova la musica non riesce ad arrivare: il buio e il silenzio.  Leggi tutto…
tuttoquadra
29 nov, '09, 2:34 m.
La fame divora, il digiuno annienta.
il frigorifero è vuoto
come se stessi per avvizzire
in un mare di pensieri.

Non posso fare a meno
di accorgermi che ho torto,
mi accerchio di pensieri
li combatto, li adoro, li rifiuto
mi scuso per non saperli trattenere
per non saperli nascondere né immortalare
penso cose che non so fare.

Come un uomo che divora cenere, tu sembri
più un opuscolo informativo, qualcuno che sa
ma non cela, che sa, e spinge a dire

Come un oracolo, non so se per me o per te
chiedi ciò che rispondi,
a mia volta rispondo ciò che chiedo

Come un gioco di ruolo
ognuno con la sua pedina, nella sua casella,
con il dado, e le cifre: in avanti
quando arriva il turno non sai più a chi tocca.

Non ho mai detto di voler dire quello che penso,
ma questo, in qualche modo, si è avverato.
Un giorno si avvererà la morte,
e per un gioco cronotopico di significati
avrò avuto ragione.
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tuttoquadra
27 nov, '09, 6:00 p.
OBAMA SOSPIRA, o meglio, sospiro io nel vedere Obama, perchè è capitato nel momento meno propizio per colui che Obama rappresenta. Da vent'anni o più il mondo ha preso una piega subdola, che ammette, sicuramente, il modo di essere e di governare di Obama, ma lo strumentalizza.
Non c'è niente da dire sul fatto che la persona che oggi è Obama, cioè la sua personalità, le sue idee, le sue reazioni e le sue riflessioni, sono la sua reazione di fronte a quello che lui stesso si è trovato a vivere e sperimentare. Mai vent'anni fa avrebbe potuto esistere una simile personalità, perchè - penso - il mondo ammette ma non concede.
Quello che Obama sta cercando di fare oggi gli americani avrebbero dovuto farlo negli anni 60, o 70, o 80, ma comunque prima che tutta una serie di contingenze portasse al risultato odierno, prima che la massificazione e l'industria seriale spopolassero al punto tale da acquistare loro stesse una personalità, e un brand, e un valore estetico o "spirituale". Obama, in un panorama tale, è trasparente, è il riflesso cosciente di una realtà che cosciente nella sua interezza non è.
La cosiddetta "massa" è cosciente in un modo individuale, non in un consenso, e perciò, votare Obama significa ritenerlo valido per se stessi, per il mondo al di fuori di se stessi. Ho come l'impressione che le persone siano per la maggior parte portate a chiamarsi fuori dalla vita reale, a vivere in una dimensione parallela fatta di ambizioni, fini, strumenti e scopi che non coincidono gli uni con gli altri, ma che cercano di incastrarsi per poter coesistere.
Obama sta cercando, nel tramonto degli Stati Uniti, di unificare tutto questo trasformandolo in un qualcosa d'altro, qualcosa che è legato da un lato alla frugalità orientale e dell'altro alla crisi ambientale; come se stesse provando a risvegliare le coscienze americane in modo "indiretto" o suggerito; ma, per quello che ne so, questa prima pietra è come se venisse scagliata in un vuoto, quel vuoto che c'è tra la persona del presidente e la massa che lo sta ad ascoltare in cerchio.
Le opinioni e i pareri così diversi di tutte le individualità innescano un meccanismo tipo domino che parte da una persona qualsiasi la quale tace e non si esprime perchè la sua opinione è unica e solamente sua, e potrebbe risultare fuori luogo, e così via per tutte le altre persone presenti, che così, vivono in una sorta di muta comunione di un fatto che si presenta come acritico e acriticabile.
io credo che di fronte a tutto questo Obama sospiri.
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tuttoquadra
25 nov, '09, 6:22 p.
all I ever wanted is to be confident in what I do, not afraid of what it would be "if"  Leggi tutto…
tuttoquadra
24 nov, '09, 7:18 p.
Quando il fuoco si accende, fa rumore.
Quando si spegne, lo fa in silenzio.
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tuttoquadra
21 nov, '09, 9:33 p.
Non è bello pensare alla vita di mia madre. Questo è ciò che penso, qualunque cosa essa dica o faccia o sostenga; lei può dirmi che si trova bene in questo stato di cose, che le cose vanno male ma in bene, che lei si trova bene anche se le cose vanno male. Ma io non le credo. Non posso credere che tutto questo sia vero, perché la mia posizione non mi permette di crederlo.
La conosco perché è mia madre, sono nata dalle sue viscere e ho vissuto con lei per tutta la vita: anche quando non eravamo entrambe fisicamente presenti, posso dire che lei c’era e c’è sempre stata.
Nella mia adolescenza, mi sono sempre ribellata ai suoi insegnamenti e alle sue raccomandazioni, ai suoi modi di fare e ai suoi rimproveri, ma non tanto perché li ritenessi ingiusti o sbagliati o noiosi, ma più perché non li capivo come tali; li prendevo come provocazioni, come delle provocazioni cattive, fastidiose, dette per essere continuamente contraddette. Non sono mai riuscita, mai fino ad ora, e ora continuo a non riuscire, a prendere i suoi insegnamenti come tali, le sue raccomandazioni come tali, i suoi modi di fare come tali, i suoi rimproveri come tali, perché da sempre rimandano a qualcos’altro di me, in me, su di me.
Ma lei è una persona di natura benevola, pacifica, suadente, e per queste sue caratteristiche ella non proverà nemmeno a rivendicare le cose che le nascono dal cuore in nome della loro importanza. Ai miei occhi ella non se ne cura affatto, le cose escono ed entrano come persone in una stazione, solo per evocare o non evocare qualcosa, solo come piccoli abbagli di qualcosa che non avrà mai uno sviluppo. E notando questo, le cose che mi dice mi entrano a tal punto nel cuore che si rivelano nella loro massima natura, quella cioè di reazioni senza capo né coda, basate sull’implicito del reale che esiste fra noi due e che da sempre cela quello che non ci diciamo mai, e mai ci siamo dette.
A volte capita che mi esautori (che mi privi della mia autorità) il più delle volte quando sono lontana da lei, quotidianamente; e provo una sorta di gioia, immensa gioia per quello che lei rappresenta; qualcosa di inspiegabilmente privo, e pieno, di ogni sorta di intimità e calma, di amore e protezione. Ma quando mi allontano da questo, e mi avvicino alla vita, alla realtà, al mio comportarmi di fronte al suo, provo una repulsione verso tutte quelle cose belle che lei si ostina ad esternare, a comunicare, a cercare negli altri. In quel momento non la sto tradendo, ma la sto profanando. Profano tutte le sue buone intenzioni con tutto ciò che lei non contempla, con tutto ciò che la disturba, e tutto le sbatto in faccia, dalla prima all’ultima cattiveria che in quel momento so trovare: per scelta, e anche per abitudine.
In seguito mi sento in colpa, una colpa che continua ad alimentarsi con i suoi sorrisi e la sua intangibile indifferenza verso tutto quel che le ho detto. Una situazione senza precedenti, in cui i precedenti vengono bellamente dimenticati, accantonati, messi da parte in nome di quella infinita e infinibile “causa” per la quale sia io che lei ci stiamo ugualmente confrontando. Inutilmente.

Così facendo non faccio altro che cercare di concludere il prima possibile: frenesia, agitazione, smarrimento, paranoia, apprensione, sforzo, velocità, sono le prime cose che mi assalgono. Tagliare i discorsi, andarmene, cambiare argomento; più mi sforzo e più tutto si riduce di quantità e poi di valore. Più concentro le cose nel minor tempo più il tempo mi sembra non passare mai.
Cerco di calmarmi, mi afferro dal retro del maglione e mi chiamo dicendomi di calmarmi, che c’è tutto il tempo del mondo, ma mentre sto sbattendo i piedi per terra e guardandomi intorno, con un istinto da gatto nel sacco che se riesco a dimenticare è perchè è in agguato, dietro i miei pensieri. Come se fossi s'un aereo sempre, in attesa sempre di atterrare, sempre di arrivare, e, recentemente, con l’angoscia che ci sia sempre qualcosa che mi aspetta a quel punto e che mi stia aspettando anche adesso che non sono ancora arrivata, facendo così in modo di rallentare il momento dell'arrivo.

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tuttoquadra
17 nov, '09, 12:52 m.
Se c’è un periodo di cui vergognarsi, si prende un buon momento e poi si dice “è da lì che abbiamo cominciato a pentirci”.
Un uomo fuori dalle leggi umane, allo Stato di Natura, viene considerato come un individuo il cui desiderio si ritiene perso. 
"Privacy" o il lusso di considerarsi individui che in qualche modo anticipa lo svuotamento dell’individualità.
Day and night, e non sun and moon – che si riferisce alla maggiore e minor luce.
Che io sia maledetto per aver fatto così, poiché mi ritrovo ad essere tutti i sudditi che hai, mentre prima ero il re di me stesso.
Esistono 20 sinonimi che permettono di raccontare l’esperienza di una nevicata ma non ne esiste nessuno per raccontare un uragano. Bisogna appropriarsi delle parole.
Non è strano che per parlare del crimine io debba usare la lingua del criminale?
Tre personaggi comici fanno ubriacare Caio che dice che quella fiaschetta diventerà il suo Dio.

l’inconscio di quello che è successo

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tuttoquadra
17 nov, '09, 12:42 m.
  Devo trovare quello che voglio, non posso continuare a giostrarmi in mezzo a tutti i peccati, per puro spirito di espiazione. Avanzo l’ipotesi che mi rimane in testa e questo è quanto. Vorrei tanto poter parlare, saper parlare, ma non bisogna saperlo fare!
Dovrei scrivere sul serio. Non parlare di quello che si può trovare in un testo, ma scrivere un testo che contenga quello che dico. E fanculo al resto. C’è qualcosa che mi richiama all’ordine. Il mal di testa che mi sono inventata mi richiama all’ordine. E faccio quello che è giusto fare perché l’ho imparato da mammà e dai rimproveri che tutti hanno sempre fatto a tutti, per gioco e per scherzo. Pensavo, pensavo di essere arrivata in un luogo in cui nessuno era arrivato. Lo pensavo, ma non era così. Erano tutti là ad aspettarmi a rimproverarmi qualcosa che non ho fatto, pensavo. Non ho fatto quello che mi rimproverano, pensavo, e nessuno pensava il contrario, ma io ero troppo preoccupata a pensare che mi stessero puntando il dito contro. E allora se vogliamo parlare di cose vere parliamone. Ed eccoci qui, a preoccuparsi per tutto e per tutti. Come un buco nel cielo, ad implorare a Dio di venire a dare un’occhiata. Come siamo messi male. Vienici in soccorso, tu che ci hai creato, chiunque tu sia! Io ti sto già seguendo. Ma niente, nessuna risposta. Dirlo alle masse non porta da nessuna parte. Dirlo in giro ti fa solo stare peggio. 
Sul tuo carretto di sandwich sei al semaforo rosso che diventa verde, parti in prima e nel mezzo dell’incrocio il carretto si spegne, in mezzo all’incrocio esattamente dove una decina di binari formano un asterisco circondato da 4 semafori. Il mezzo non si riaccende. Tu imperterrito provi ogni minuto, anche a costo di accavallare le accensioni, non è una cosa saggia accavallare le accensioni, sarà più difficile che si accenda, ma non ti importa, tu sei nel panico, preso dal panico più nero perché a nessuno importa veramente che il tuo fottutissimo carretto si sia spento in mezzo all’incrocio, se riescono a passare loro passano e tanti saluti, se fossi stato fermo al semaforo verde magari saresti stato l’idolo della folla, invece peggio per te, ti è andata male con le tue smanie di protagonismo, ma guarda te, proprio in mezzo all’incrocio gli si doveva fermare. No ma lasciami fare, dico, io non voglio il tuo aiuto! Sbraita intanto il conducente del carretto. Non me ne frega niente, cosa vuoi fare, ne ho già uno di problema ma guarda un po’ se devi arrivare pure tu a complicarmi l’esistenza con le chiacchiere.

Quel carretto è ancora fermo all’incrocio, con le 4 frecce accese.  Leggi tutto…
tuttoquadra
16 nov, '09, 1:21 m.
Devo trovare il binario, oppure non giungerò a destinazione. Mi sembra pressoché logico, la destinazione non mi è sconosciuta, ma non potrei descriverla come se la conoscessi.
Altrimenti non sarebbe una destinazione ma piuttosto un arrivo, un luogo che si descrive perché si conosce. Mentre per me non è questo, la destinazione rappresenta quello che oggi potrei chiamare…o meglio, richiamarealla mente. Un misto tra passato presente e futuro che si risolve in una serie di supposizioni che mi piace chiamare, in una parola, destinazione. La destinazione potrebbe anche essere la morte. La destinazione potrebbe essere un punto fermo e stabile nell’evoluzione delle cose. Potrebbe essere una summa di tutto quello che sto cercando di esprimere ora, a parole, con mille parole, milioni di parole vuote, vuotissime che non riescono ad esprimere quello che saprei esprimere meglio con uno sguardo o un gesto. Qualcosa del genere.
La destinazione quindi non è già un luogo che ho in mente, a cui voglio arrivare. Ma è un modo di raggiungere. È una destinazione che si compie per il fatto stesso che ci sto andando. Ma
non trovare il binario è come dire di essere ancora prima del punto di partenza. Diciamo, sì, che se trovassi il binario sarei già sulla buona strada per raggiungere la destinazione. Magari adesso ho tanti propositi, e mi trovo ad essere propensa per giungere a destinazione, mentre domani magari, se per caso ci arrivassi, magari manco me ne accorgerei.
Diciamo anche che la destinazione non è uno stato. Cioè non significa, “giunti a destinazione”, ma significa “giungere a destinazione”. Quindi arrivarvi per poi fare altro. Fare altro. Con il pensiero di una destinazione in testa non c’è motivo che tenga, non c’è ragione che tenga, non c’è situazione che tenga: qualsiasi cosa accada, c’è (detto come lo direbbe casper a cristina ricci) – un “conto in sospeso”.

Non ci penso molto. Ma non posso nemmeno dire di trovarmi ad una destinazione. Diciamo che mi trovo ad una fermata, in compagnia di una persona simpatica con cui chiacchiero per far passare il tempo che ci vorrà prima di arrivare a destinazione. Il binario non so quale sia, è sotto i miei piedi e scorre da solo senza il mio aiuto. Non sto andando in bicicletta, casomai in treno, o comunque con un mezzo di trasporto che non controllo. Potrebbero esserci incidenti senza che la colpa sia necessariamente mia. Potrei morire senza essere colpevole, potrei fare del male gratuitamente.
Le tragedie vanno dal bene al male, le commedie vanno dal male al bene. Quando una situazione è tragicomica allora la responsabilità non è più del destino, ma del caso. Il caso non è meno semplice del destino, ma è sicuramente più casuale. Nel destino c’è una certezza di fondo, c’è un motivo costante che si ripete uguale a se stesso ogni volta e che si riconferma ogni volta. Nel caso, invece, il destino non c’è: o meglio, il destino, nel caso, è “deciso” dal caso; e il caso implica anche l’essere coscienti del proprio destino. Affidarsi al proprio destino significa anche affidarsi al caso del proprio destino, forse; mentre affidarsi al caso del proprio destino significa essere sicuri di sé e delle azioni che si compiono.

No. Non voglio rubare la parte a nessuno. Il libero arbitriofa di noi esseri umani liberi di arbitrare in situazioni dandone giudizi e pareri tra i più svariati. Una questione di fantasia credenza e cultura e chissà cos’altro. Non è questo che mi preme. Mi preme forse la paura di non poter avere uno spazio che sia mio, cioè proprio mio fino in fondo, che nasce da me e si vede nel mondo. Non altro. Penso. Almeno, il “dare attenzione agli altri” non significa per forza “non avere niente per la testa”. Non è matematico. Casomai è chimico. e come quando in una reazione due elementi formano una sostanza sgradevole, ecco che nell’essere umano due elementi possono certamente formare una sostanza sgradevole. È una questione di rispetto e di sicurezza o autonomia, ma non di riservatezza. La riservatezza protrae a non finire qualcosa che presto o tardi in un modo o nell’altro verrà sempre a galla. Sacrosanto.
Comunque. Volevo dire?
Il binario non è altro che uno. Si dirama su altri mille, come ci ha insegnato il buon P, e alla fine quel nessuno non riesce a tornarmi oggi come oggi. Sarà una questione di indipendenza.



Padre



Figlio



È difficile seguire il binario per intero. Le stazioni mi hanno sempre affascinata, ci ho passato molto tempo nella mia vita nelle stazioni. In tutto questo discorso le stazioni mi fanno pensare ad una specie di destinazione. Non nego che si possa trattare di autosuggestione, anzi, tutto il contrario. Può essere un autosuggestione, ma con il pensiero, ormai tardivo, che c’è sempre una zampa monca appostata dietro gli angoli più intelligenti della città, quelli strategici. A me le strategie fanno proprio incazzare, come i pacchetti vacanza delle agenzie di viaggi.
Meglio essere animali allo zoo piuttosto che putride fecce di una società in declino. La rabbia è un sentimento molto complicato da esprimere. L’amore troppo semplice è da complicarsi. Le cose dette per principio sono scontatissime, se parlassimo tutti per principio non ci sarebbero emozioni. I principi sono sopravvalutati e resi banali, sputacchiati come gocce di saliva in faccia alle persone di buon cuore. gli occhi palesemente assenti assorti nei propri pensieri, e la timidezza dilaga fino a strabordare e rendere insostenibili molte, moltissime situazioni.
Non c’è tempo per leggere il giornale. Ci sono troppe cose da fare perché si vuole, troppa determinazione buttata al vento. Troppa timidezza e troppa titubanza.
Credo in ciò che vedo, ma non vale il contrario. Quindi non vale nemmeno quello che ha detto san Tommaso, “se non vedo non credo”. Cristo può risorgere tutte le volte che vuole, Cristo risorge dieci volte contemporaneamente in diverse parti del mondo. Quando Cristo risorge uno lo sa. Se ne accorge. Si sente qualcosa, per cui gli viene da pensare. Non è un evento esterno. Il mondo è comprensibile. C’è da imparare, le parole, l’uso delle parole, i pensieri, i motivi, i bisogni, le paure, le verità nascoste, il bene e il male, camminare su quello che chiamano filo ma che filo non è, è il proseguimento della vita in tutte le sue eccezioni.     Leggi tutto…
tuttoquadra
12 nov, '09, 12:43 m.
opto per non dire e non far sapere. sempre
qualcuno prima o poi avrà il coraggio di farmi sapere che ha capito

devo, però, ho bisogno di dire e dirmi quello che sento. altrimenti me lo dimentico.

"a volte il silenzio vale più di mille parole" - e non a torto.
porto il silenzio dove ci sarebbero diecimila parole da dire.
ma non valgono
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tuttoquadra
10 nov, '09, 7:05 p.
rivelazioni ad hoc nell'investigativo atteggiamento d'oltrepo'
chiaramente mi sono ricorrente, ma poi non mi so spiegare perchè d'altre cose, poichè non capisco il nesso fra l'avere e l'essere, fra capire e sentire.
poco male, la mortalità infantile si è ridotta, l'economia mondiale tornerà stabile, e io un giorno o l'altro cadrò dalle scale. per il resto, puoi vivertela cento volte peggio di così.
e non vale pensare al meglio, chè aiuta solo a scalare più in basso verso il peggio.
penso sia una questione sessuale di bilanciamenti ed equilibri nella coppia androgina degli opposti.
tradimenti ontologici di scarsa rilevanza esistenziale.
poco male.
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tuttoquadra
8 nov, '09, 4:13 m.
vorrei semplicemente trovare un semplice modo per uscirne.

da tutto questo non riuscire a fare vorrei uscirne e fare qualcosa di non dettato dal cosa fare

uscire dall'incerto magari trovarsi in una specie di contesto
non volevo fare la brutta rima

c'ho una brutta cosa dentro che non è mai bello avere, un nodo allo stomaco più che alla gola
è piuttosto radicato lo si potrebbe chiamare anche " futuro immediato ",
" un freddo cane " o " lo spaventapasseri "

ctrl Z

il libero arbitrio
(mi fa pensare a dante alighieri)
argomento vasto (e non ho più voglia di parlare a vanvera)
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tuttoquadra
29 ott, '09, 12:16 m.

Chi non ha gustati il dolce della passione col suo amaro, non conosce

           la differenza fra il favor dell’amato e la sua ritrosia;
E così chi si è sviato dai sentieri dell’amore, non distingue la strada
           agevole da quella aspra.
Sono stato sempre contrario ai fedeli d’amore, finchè non ho sperimentato
            il suo dolce e il suo amaro,
Ho bevuto la coppa della sua amarezza a lunghi sorsi, sottomettendomi
           in amore al libero e allo schiavo.
Quante notti ha passato il diletto come mio commensale, sorbendo io
            dalle sue labbra la dolcezza del piacere!
Com’è breve la notte passata insieme, in cui la sera parve coincider
           con l’alba!
Il destino ha fatto voto di spezzare la nostra unione, ed ora il destino
           ha mantenuto il suo voto!
Il destino decretò, non ci si può ribellare al suo decreto: chi potrebbe
           resistere all’ordine del suo signore?


…il giorno e la notte non si succedono su nessuna cosa senza trasformarla!

…sprofondato in quest’amore, e per la violenza della passione e della pena è diventato come un masso di pietra abbandonato per terra. Se ha fame, non dice: <<Portatemi da mangiare>>, e se ha sete non dice: <<Versatemi da bere>>.

Ve lo domando in nome di Dio, miei signori, andate piano con me, perché

            l’amore mi ha tolto l’intelletto!
Il vostro amore e il desiderio di voi si sono impadroniti di me, mi hanno
avviluppato di infermità e mi ha lasciato in eredità l’avvilimento;
Una volta, prima d’ora, facevo poco conto della passione, e la credevo,
           miei signori, semplice e agevole;
Ma quando l’amore mi mostrò le onde del suo mare, mi rimisi al giudizio di Dio,
           scusando chi ne è colpito!
Se volete dimostrarmi la vostra pietà accordandomi l’amore vostro, bene:
           ma se volete uccidermi, non dimenticate il vostro nobil valore.

Risponde

Com’è che io ho tenuto fede al patto con voi, e voi avete tradito? Mi

           avete visto agire secondo giustizia e siete stati ingiusti,
Avete cominciato voi a trattarmi duramente, rompendo le relazioni con
           me, siete stati voi i traditori, il tradimento venne da voi!
Io non ho mai cessato di conservare, in mezzo agli uomini, la mia fede a
           voi, ho mantenuto intatto il vostro onore, ho giurato sul vostro nome.
Finchè non ho veduto coi miei occhi ciò che mi offese, ed ho sentito
            notizie di vostre cattive azioni;
Dovrà dunque esser tenuto a vile il mio valore, mentre io esalto il
            vostro? Per Iddio, se mi aveste portato rispetto, ve ne avrei
           portato anch’io!
Ora mi voglio consolare staccando il cuore da voi, e, per disperazione,
           voglio lavarmi le mani di voi.

          Per dio, signora, fra lui e la morte c’è soltanto la lettura di questo foglio! –
Lo strappò e scrisse

Ormai sono consolata e il sonno è dolce ai miei occhi, e ho udito dalle

           lingue dei maledici che cosa è accaduto;
Il cuore ha acconsentito a consolarsi di voi, e le mie palpebre han preferito
           non più vegliare.
Mentiva chi ha detto che la separazione è amara, il sapor della lontananza
           per me è stato sempre di zucchero.
Me è diventato ripugnante chi si ardisce pronunciare il vostro nome,
           e lo considero cosa deplorevole.
Ecco che mi sono consolata di voi con ogni viscere, lo sappia il calunniatore
            echiunque sa.

          Per dio, signora, quando leggerà questi versi  l’anima sua si staccherà dal corpo. –
Così scrisse

Fino a quando vedrò codesta arroganza sdegnosa e codesto recriminare?

            Per la tua vita! Hai dato soddisfazione di me a chi mi invidia!
Forse io ho fatto il male senza saperlo, ma dimmi che cosa ti è stato
           riferito di me!
Mio desiderio sarebbe, o amato, porre te al posto del sonno agli occhi
           e alle palpebre,
Ho bevuto il calice colmo del tuo amore e se mi vedi ebbra non mi
           biasimate.


Andai e dormii fino a giorno. All’alba venne un valletto con brocca e catino, feci le mie abluzioni e recitai la preghiera dell’alba. Poi mi sedetti, ed eccoli comparire; uscivano dal bagno che avevano in casa, ed ambedue si strizzavano i capelli sciolti e bagnati.


Il fuoco è più fresco delle fiamme delle mie viscere, e la roccia più molle

           del mio cuore verso il mio signore,
Mi meraviglio che la sua natura sia così composta, cuore di sasso in
           corpo di acqua.

Io le dissi: <<Ripeti i versi e la musica>>, ma non volle; ordinai allora ai barcaioli di tirarle degli aranci, tanti che la barca in cui stava minacciò di affondare. Poi se ne andò per la sua strada e in questo modo l’amore si trasferì dal suo cuore al mio -.
 Leggi tutto…
tuttoquadra
27 ott, '09, 8:52 p.

Terminare la vita
tra le stragi e l'orrore
è potuto accadere
per l'abnorme sviluppo del pensiero
poichè il pensiero non è mai buono in sé.
Il pensiero è aberrante per natura.
Era frenato un tempo da invisibili Numi,
ora gli idoli sono in carne ed ossa
e hanno appetito. Noi siamo il loro cibo.
Il peggio dell'orrore è il suo ridicolo.
Noi crediamo di assistervi imparziali
o plaudenti e ne siamo la materia stessa.
La nostra tomba non sarà certo un'ara
ma il water di chi ha fame ma non testa.
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tuttoquadra
25 ott, '09, 11:24 p.
Long way going to. Get my medicine.
Sky's the autumn grey of a lonely rain...

Piano from a window played, gone tomorrow gone yesterday...

'Found it in the street, at first I did not see
lying at my feet a trampled rose.

Passing the hat church,
it never stops going round....
you never pay just once
to get the job done...

What I done to me, I done to you,
so What happened to the trampled rose?

In the muddy street, with the fireworks and leaves...

a blind man with a cup I asked
if he would sing Kisses Sweeter than Wine...

I know this rose
like a know my name
to one I give my love
it was the same
now I find in the street a trampled rose
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tuttoquadra
23 ott, '09, 9:35 p.
mi piacerebbe scrivere una poesia, una di quelle poesie belle piene di significato. mi piacerebbe, ma non posso. non posso perchè ho un limite, ho vari limiti che me lo impediscono.
Non voglio crogiolarmi nella mia delusione, non la voglio estendere, non voglio lamentarmene. Vorrei semplicemente dire che, se decidessi di comporre una poesia, questa poesia mi deluderebbe, io odierei la poesia che scrivo. Questo perchè, tutte le conoscenze, i sentimenti da mettere nella poesia sarebbero contaminati da qualcosa che non c'entra, da qualcosa che intacca e distrugge e desublima la poesia che mi piacerebbe comporre. mi fa schifo tutto. e io questo schifo non lo voglio descrivere nè da fuori nè da dentro nè esplicitamente nè implicitamente. lo schifo è là, con le sue collane di perle e i suoi ermellini al collo, che si scosta i capelli dalla spalla e mi sorride ammiccante, da lontano. ma quello schifo lo odio nel profondo. non lo odio in un modo amichevole, lo disprezzo dall'esterno, da quello che non sono io. io quello schifo non lo sopporto nemmeno per un secondo. non provate mai a puntare con il dito indice quello schifo, rischiereste con tutta la vostra persona di esporvi in un modo troppo simpatico per lui, rischiereste di caderci dentro come sassolini nell'acqua, pluf, eccovi, nello schifo completo, completamente assoggettati a tutto quello che non avreste mai voluto né osato nominare.

provateci, se ne avete il coraggio. ne uscirete vivi, questo sì, vivi viventi. ma non ne uscirete liberi. vi perderete come un ago cosciente nel più profondo pagliaio di tutte le stalle di tutte le campagne mai esistite. e poi, arrabbiati, vi crogiolerete, vi lamenterete, sarete completamente insoddisfatti.
invano cercherete, nel vostro minuzioso passato, un qualche appoggio ad una qualche sorta di esperienza. non vale, nel gioco dello schifo. il gioco dello schifo fa schifo. non c'è bellezza, non c'è umanità, e nemmeno c'è crudeltà o brutalità. immersi, senza regole, affidati al caso, senza scampo.
gli esorcismi non bastano. le convulsioni nemmeno. l'ospedale è un centro benessere. sarete soggiogati, ammutoliti, infreddoliti e accaldati, come spie accese in luoghi deserti, eyes wide shut, porte chiuse e stanze immense. in ogni cassetto del vostro cervello pieno e vuoto, cercherete invano qualcosa che abbia la parvenza se non di una salvezza, almeno di una tregua. la troverete. ne sarete insoddisfatti. lui, lo Schifo, è là, vi guarda, vi osserva come un animale, cioè come un essere che non sta osservando direttamente voi e la vostra intima e personale tragedia, come un cane, quando è bastonato, vi guarderà e aspetterà la vostra carezza. aspetterà che voi abbiate la pietà che i vostri ideali considerano una virtù, e ne godrà fino all'inverosimile, con il vostro enorme ed esterrefatto sospetto. sarà un inferno da cui ne uscirete, se mai riuscirete ad uscirne, lesi. sarete lesi in molti punti del vostro prima stupendo corpo. vi sentirete dio e allo stesso tempo il motivo del perchè non potete esserlo. vi sentirete tutto quello che non vi sareste mai aspettati di sentirvi.

 
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tuttoquadra
22 ott, '09, 12:55 m.
[...]
The people expected it of me and I had got to do it; I could feel their two thousand wills pressing me forward, irresistibly. And it was at this moment, as I stood there with the rifle in my hands, that I first grasped the hollowness, the futility of the white man's dominion in the East. Here was I, the white man with his gun, standing in front of the unarmed native crowd - seemingly the leading actor of the piece; but in reality I was only an absurd puppet pushed to and fro by the will of those yellow faces behind.
I perceived in this moment that when the white man turns tyrant it is his own freedom that he destroys. He becomes a sort of hollow, posing dummy, the conventionalized figure of a sahib. For it is the condition of his rule that he shall spend his life in trying to impress the "natives", and so in every crisis he has got to do what the "natives" expect to him. [...]

George Orwell
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tuttoquadra
19 ott, '09, 10:46 p.
il paradosso del discorso del Presidente
Noi normali, indubbiamente aiutati dal nostro desiderio di essere menati per il naso, fummo veramente menati per il naso (populus vult decipi, ergo decipiatur). E così astuta era stata la combinazione di un uso ingannevole delle parole con un tono ingannatore che solo i cerebrolesi ne rimasero indenni, e sfuggirono all'inganno.
Oliver Sacks
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tuttoquadra
19 ott, '09, 1:52 m.
devi soffermarti su qualcosa che non è tuo, non puoi continuare a sentirti addosso le cose, potrebbero farti del male. dovresti, piuttosto, dare agli altri quello che senti essere tuo, senza farti sballottare di qua e di là senza motivo alcuno. dovresti, più semplicemente, rilassarti e cercare di rendere un po' più interessante la tua vita agli occhi degli altri, perchè altrimenti queste persone non capiranno mai chi sei o chi non sei tu. capiranno solo che sei un'essere umano femminile capitato sul pianeta terra per puro caso.
ovvio
scontato.
e di scontato
c'è poco.
abra
cadabra
candelabro
labbra
cadenza
perpetua
immagine
di noi.
costante
soluzione
innoqua
esterna
ma
pericolo
resta
immane
delucidatorio
promontorio
sicuro benestante
di soddisfacente
esaltazione

non concepisco l'esaltazione collettiva.
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tuttoquadra
17 ott, '09, 3:00 m.
forti appelli, mi servirebbe un blog nel blog per descriverli tutti...
appelli alla facoltà, al saper imporsi della coscienza su tutto il resto...
la scrittura è uno strumento che fa capire delle idee e non l'idea stessa.
cerchiamo di non abusarne.
ma comunque.
adieu
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tuttoquadra
17 ott, '09, 2:57 m.
puoi assumerti tutte le responsabilità del caso oppure non farlo. la tragedia è sempre la stessa: dal bene al male. la commedia va dal male al bene. comunque sono circostanze e congetture. rinunce e attese e prese e mancate. dipende dal nulla qualcosa. qualsiasi cosa sia. Leggi tutto…
tuttoquadra
13 ott, '09, 2:10 m.
NON SONO CASSANDRA  Leggi tutto…
tuttoquadra
9 ott, '09, 11:07 m.
[...]

Mi sono dilungato in dettagli d'ordine personale ma questo non deve far credere che nelle mie cancellazioni io sia mosso prevalentemente da interessi miei individuali immediati, mentre invece io cerco d'agire nell'interesse di tutto l'insieme (e quindi anche di me stesso, ma indirettamente). Se tanto per cominciare ho fatto sparire tutti gli uffici pubblici che mi capitavano a tiro, e non solo gli edifici, con le loro gradinate e gli ingressi a colonne e i corridoi e le anticamere, e schedari e circolari e dossiers, ma anche i capidivisione, i direttori generali, i vice-ispettori, i facente funzione, gli impiegati di ruolo e avventizi, l'ho fatto perchè credo che la loro esistenza sia nociva o superflua all'armonia dell'insieme.
E' l'ora in cui la folla del personale impiegatizio lascia gli uffici surriscaldati, s'abbottona i cappotti dal bavero di pelliccia sintetica e s'accalca negli autobus. Batto le palpebre e sono spariti: solo rari passanti si distinguono in lontananza nelle vie spopolate, da cui io ho già avuto cura di eliminare le vetture e i camion e gli autobus. Mi piace vedere il suolo stradale sgombro e liscio come la pista d'un bowling.
Poi abolisco caserme, corpi di guardia, commissariati; tutte le persone in uniforme svaniscono come se non fossero mai esistite. Forse m'è scappata la mano; m'accorgo che subiscono la stessa sorte i pompieri, i postini, gli spazzini municipali e altre categorie che potevano meritatamente aspirare a un trattamento diverso; ma ormai quel che è fatto è fatto: non si può star sempre lì a guardare tanto per il sottile. Per non creare inconvenienti m'affretto ad abolire gli incendi, la spazzatura, e anche la posta, che tutto sommato non porta altro che seccature.
Controllo che non siano rimasti in piedi ospedali, cliniche, ospizi: cancellare medici, infermieri, malati mi pare l'unica soluzione possibile. Poi i tribunali al completo di magistrati, avvocati, imputati e parti lese; le prigioni con dentro carcerati e guardiani. poi cancello l'università con tutto il corpo accademico, l'accademia di scienze lettere e arti, il museo, la biblioteca, i monumenti con la relativa sovrintendenza, il teatro, il cinema, la televisione, i giornali. Se credono di potermi fermare col rispetto della cultura, si sbagliano.
Poi tocca alle strutture economiche che da troppo tempo continuano a imporre la loro smodata pretesa di determinare le nostre vite. Cosa si credono? Dissolvo uno per uno i negozi cominciando da quelli di generi di prima necessità per finire con i consumi voluttuari e superflui: prima sguernisco le vetrine di merci, poi cancello i banchi, gli scaffali, le commesse, le cassiere, i capireparto. La folla dei clienti resta un secondo smarrita protendendo le mani nel vuoto, vedendo volatilizzarsi i panieri a rotelle; poi è anch'essa inghiottita dal nulla. Dal consumo risalgo alla produzione: abolisco l'industria, leggera e pesante, estinguo le materie prime e lo fonti d'energia. E l'agricoltura? Via anche quella! E perchè non si dica che tendo a regredire verso le società primitive, escludo anche la caccia e la pesca.
L a natura... Ah, ah, non crediate che non abbia capito che anche questa della natura è una bella impostura: muoia! Basta che resti uno strato di crosta terrrestre abbastanza solida sotto i piedi e il vuoto da tutte le altre parti.
Continuo la mia passeggiata per la Prospettiva, che adesso non si distingue più dalla sconfinata pianura deserta e ghiacciata. Non ci sono più mura, a perdita d'occhio, e nemmeno montagne o colline; non un fiume, né un lago, né un mare: solo una distesa piatta e grigia di ghiaccio compatto come basalto. Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t'accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos'altro, poi ancora di molte altre cose.
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tuttoquadra
30 set, '09, 2:39 m.
Birthday is on time
ho yeash

comunque penso che trovarsi di fronte ad un cumulo di macerie
sia quantomeno prolificante. come dire
stimola

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